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Introduzione
San Pompilio Maria Pirrotti
appartiene a quella schiera di Santi dei quali si impadronisce, a volte,
la pietà dei fedeli elevandoli, oltre ogni ricerca e puntualità
storiografica, al cielo del miracolo.
Oltre mille lettere, molte delle quali biografiche, e altri
scritti del Santo, sparsi qua e là negli archivi dell'Ordine, oggi
pubblicati in tre volumi, e documenti di indiscusso valore e interesse,
stranamente non avevano richiamato l'attenzione dei Confratelli. Sicché,
le prime biografie del Santo ne offrono un'immagine generica. Basata
spesso su disquisizioni teologiche e morali, su una pietà ingenua e
primitiva, almeno fino alla canonizzazione avvenuta nel 1934, dopo
duecento anni dalla sua ordinazione sacerdotale, avvenuta in Brindisi.
Fatti della massima importanza ci consentono di illustrare,
sullo sfondo dell'epoca in cui visse, gli aspetti più salienti della sua
personalità, che appare unica e irripetibile. L'ambiente della società
civile ed ecclesiastico del sec. XVIII presentava fratture insanabili.
L'illuminismo filosofico, con portato del giurisdizionalismo, scavava
solchi profondi all'interno del tessuto sociale. Il giansenismo, superato
sul piano dogmatico, aveva aperto ad una morale severa, carica di timore e
tremore, dando luogo ad atteggiamenti ipocriti ed oppressivi.
La devozione definita del giusto e dei piccoli obblighi,
inaridiva le anime desiderose d'assoluto, in un secolo da molti definito
ascetico e ateo, mentre il panorama della santità appariva assai mosso,
grazie a personalità di grande spessore, tra cui S. Leonardo da Porto
Maurizio (1675-1751), S. Paolo della Croce (1694-1775), S. Alfonso Maria
de' Liguori (1696- 1788) e S. Pompilio Maria Pirrotti (1710 - 1766).
Questi appare subito vittima delle contraddizioni del tempo
suo.
I primi anni di vita a Montecalvo
Nacque il 29
settembre 1710, a Montecalvo Irpino (AV), nella diocesi di Benevento. Gli
venne imposto il nome di Domenico, uomo del Signore. Fu Battezzato il 30
settembre 1710 nella Chiesa Collegiata di S. Maria, la stessa dove il 9
dicembre 1714 a soli 4 anni riceve il Sacramento della Cresima dal vescovo
di Trevico, Mons. Simone Veglini.
Di famiglia gentilizia, se non nobile, i Pirrotti godevano di
grande prestigio in Irpinia: Honor et virtus in domo Pirrotti semper
era il motto araldico. Educato dal padre Girolamo, Professore in Legge, e
dalla madre Orsola Bozzuti, apprese uno stile di vita integerrima,
espressa in signorilità, sensibilità, delicatezza e obiettività, scriverà
al fratello Carlo eletto canonico della Collegiata: … io mi rallegro
della dignità ottenuta, e non cesserò di pregare Iddio, acciorchè questo
piccolo onore le sia porta per conseguire di mano in mano onori maggiori
adattati agli onori ricevuti dai nostri antenati, secondo il bello adagio
intagliato nella finestra dei magazzeni nostri: Nobiliora altiora petunt.
Da piccolo amava visitare la cappella di famiglia, non
lontana dal paese, dedicata alla Madonna dell’Abbondanza. Era in un fondo
di proprietà della famiglia e vi era annesso un piccolo beneficio; da
Ancona, il 12 aprile 1764, raccomanderà al fratello Michele: ...vorrei,
se io mai potessi avvantaggiare quel beneficio e mettere in doveroso culto
di venerazione quella santa Immagine, che dovrebbe essere a cuore a noi
altri di tal discendenza, avendo avuta la situazione dai nostri Antenati,
che furon devoti di Maria Vergine, e poner vollero tutta la discendenza
nostra sotto la direzione, protezione e guardia di Maria Vergine. Un
amore verso la Madonna che chiamerà sempre Mamma Bella e che si
manifestò sin dalla sua tenera età. Cosi dichiara un testimone ai processi
di beatificazione: …un giorno il servo di Dio in una stanza, dove si
ammassavano delle vecchie robe della famiglia, trovò in casa un’immagine
di Maria Santissima, la quale fu presa dal fanciullo e fu portata alla
madre, pregandola caldamente che l’avesse custodita, perché quell’immagine
sarebbe posta sull’altare che andrebbe a farsi nella sua casa, dov’egli
avrebbe celebrato la messa; infatti così avvenne.
E a Don Marcantonio Di Annibale, amico di viaggio e suo
primo biografo, confiderà: ... nella mia patria di Montecalvo,
possedeva ancora un podere così bello e ameno... Ogni anno mi portava, la
vigilia dell'Ascensione che oggi ricorre, mi faceva empire un vaso
d'acqua, mi ponevo in orazione nell'aperta campagna vicino al vaso,
nell'età mia di dodici anni, ed alla mezzanotte scendeva l'angelo dal
cielo a benedire quell'acqua che poi dava a bevere agli infermi che
risanavano.
LA
Vocazione
Nel piano dei
genitori, era destinato a guidare la famiglia e a tramandare,
onoratamente, la casa dei Pirrotti. Non così, in quello del Signore.
La vicenda della vocazione religiosa di San Pompilio presenta
aspetti inediti e straordinari. Già tre suoi fratelli, Pompilio (chierico
del Seminario di Benevento che a 18 anni, nel 1719, lasciò la terra con
grande fama di santità e da cui prenderà il nome), Francesco e Bartolomeo,
avevano scelto la via del convento. A quindici anni, il pio giovinetto
pregava perché si facesse luce nella sua anima. Di un ritiro spirituale si
conservano i suoi proponimenti, propositi, conclusioni. La scelta è fatta.
Seguirà il Signore. Non attende altro che l'indicazione da Dio. E
intervenne una circostanza provvidenziale. Un giovane religioso, degli
Scolopi di Benevento, P. Nicolò Maria Severino di S. Pietro, era giunto in
Montecalvo nella Quaresima del 1726. Pompilio Pirrotti frequentatore
assiduo delle sue prediche, volle incontrarlo, chiedergli notizie
dell'Ordine, del Fondatore, della missione. Si trattava di un Ordine
povero, già assai discusso e già una volta soppresso, inoltre
sconsigliatogli dai genitori. Ed una notte, nascostamente, egli lasciò la
casa. Con l'unico abito addosso. Salutò i suoi con un biglietto di
congedo: Non stimerete per mancanza alcuna la mia fuga senza vostra
licenza, imperocché nel Vangelo è scritto, che se il padre si ponesse
sopra la soglia della porta per impedire al figlio a fuggirsene per
servire a Dio, può senza alcun peccato calpestarlo, e fuggire al servizio
di Dio…e per fine mi getto ai vostri beatifici piede, e gli ritorno a
domandare la santa Benedizione. Venne accolto, per il momento, nella
vicina Benevento, nel convento di San Domenico, dove viveva il fratello
Raffaele. Poi lo raggiunsero i genitori. Inutilmente. Entrò cosi, nella
comunità dei Padri Scolopi di quella città
Ricuso di essere o santo solo o dotto solo,
ma santo e dotto insieme.
Intanto, si applica
allo studio della figura di Giuseppe Calasanzio, delle Scuole Pie,
dell'educazione dei giovani. Avverte il fascino del Fondatore che seppe
creare in Roma la prima Scuola popolare d’Europa, in cui s'impartiscono i
primi insegnamenti di dottrina cristiana e nozioni di istruzione
elementare. Si commuove leggendo che il Calasanzio, all'età di 87 anni,
1'8 agosto 1642, venne condotto a piedi per le vie di Roma, incatenato,
fino alle carceri del Sant'Uffìzio; che l'Ordine degli Scolopi venne
disciolto; che quattro anni dopo egli moriva (15 agosto 1648), assicurando
i suoi discepoli che l'Opera delle Scuole Pie sarebbe ben presto risorta.
Infatti, Alessandro VII, il 12 marzo 1656, restituiva agli Scolopi la
fisionomia di Congregazione religiosa con voti semplici, e Clemente
IX di Ordine
religioso con voti solenni, il 23 ottobre 1669.
Dopo un periodo di prova a Benevento, il giovane Pirrotti fu
inviato a Napoli per il suo noviziato formalmente, il 2 febbraio 1727. Il
futuro Scolopio sarà plasmato alla rinuncia ad ogni velleità,
improntandosi ad una povertà dignitosa, serenamente accettata e messa in
pratica.
Si svestirà degli affetti di sangue, amicizia, interessi.
Lieviterà tutta la sua vita di preghiera e mortificazione. I voti di
obbedienza, castità, povertà sono le stelle delle Scuole Pie. E fu il
Religioso Pirrotti dei Chierici Poveri della Madre di Dio. L’anno
successivo, derogando dalla Regola, fu ammesso alla Professione solenne e,
in data 25 marzo 1728, giurò perpetua fedeltà nelle Scuole Pie, nelle
quali professò col nome di Pompilio Maria di San Nicola. Scriveva al padre
suo : ...ricus, di essere o santo solo o dotto solo, ma santo e dotto
insieme.
Trascorse due anni a
Chieti. Iniziato nella clerical tonsura (5 febbraio 1729), il giorno dopo
riceveva gli Ordini minori dalle mani del Vescovo Scolopio di Ripatransone,
Mons. Francesco Andrea Correa. Egli aveva diciotto anni. Nell'estate 1730,
trascorse un lungo periodo in famiglia, a Montecalvo, accolto a braccia
aperte, per rimettersi in salute, prima di iniziare gli studi superiori.
Per l'anno di studi 1730-31, fu trasferito a Melfi, preceduto da una
lettera del Superiore Maggiore ... per non riaccendere di bel nuovo
quel fuoco, che se non è del tutto estinto, spero che con la sua
attenzione e destrezza si estinguerà.
Di quale fuoco
si parla? Impossibile determinarlo.
Così, fratel Pirrotti era tenuto sotto sorveglianza. In
quattro lettere ch'egli scrive al padre (Giugno-Agosto 1731) parla del suo
malessere: ...insomma, mozzichiamo l'assenzio, beviamo il fiele
inghiottiamo, Signore Padre carissimo, l'aceto delle amarezze temporali.
Avverte il fisico debilitato. Intanto, approfondiva S. Tommaso. E, dal
Vescovo, Mons. Lioni, gli veniva chiesto di predicare, essendo in corso il
Giubileo. Il P. Provinciale, informato che il professo viveva in posizione
privilegiata per la spiccata simpatia di cui lo graziava il Presule, al
termine dell'anno scolastico 1731, gli mandò l'obbedienza per Chieti.
Venne, successivamente, fra l'ottobre e il novembre 1732, trasferito a
Turi, nelle Murge, in provincia di Bari, quale maestro di scuola primaria.
E ne racconta: ...io attendo a farmi una scuola mia, la quale è un poco
faticosa, con grandissimo decoro e rispetto… e, quindi: ...Spetta al
nostro Istituto insegnare ai fanciulli, fin dai primi elementi, a ben
leggere, a far di conto, la lingua latina, e soprattutto la pietà e la
dottrina cristiana; e tutto ciò con la massima possibile facilità. La
grande pedagogia calasanziana è l'amore, anche se il Fondatore insiste,
con la mentalità del suo tempo, sui castighi.
Sacerdote.
Il 28 febbraio, a Brindisi, gli venne conferito il
suddiaconato in forma privata. Fu ordinato sacerdote nel Monastero
femminile di S. Benedetto. Così scriverà al Padre il 13 giugno 1734: Io
fui ordinato Sacerdote con la dispensa il 20 di marzo dall’Arcivescovo di
Brindisi Mons. Andrea Maddalena e cantai poi la prima messa il 25 marzo,
giorno della Vergine Annunziata. Come è stato detto, Padre Pirrotti fu
grande oppositore del giansenismo che faceva, allora, proseliti nel
popolo. C’è una sua pagina che ne chiarisce la proposizione teologica. Da
Ancona, L’11 ottobre, 1764, accusato, perseguitato, e privo della facoltà
di confessare e di predicare, scriverà a fratel Pietro, ...impari bene
a compatire, a compassionar, a non meravigliarsi, perché la nostra
depravata natura pronta est ad malum ab adolescentia sua; e osservi bene
ella, caro mio Pietro, non dirsi dello Spirito Santo essere inclinata la
nostra natura al male fin da che nacque; perché la natività l'ebbe dalle
mani di Dio, e Dio forni l'uomo diritto e bene inclinato. .. di modo che
senza la divina grazia non può egli, l'uomo, più compromettersi.... È
la chiara confutazione della tesi pelagiana e un addolcimento di quella
giansenista.
Dove Padre Pirrotti si rivela antesignano di questo
atteggiamento, è verso il Sacramento Eucaristico.
Infatti, il rigorismo che esigeva, fra l'altro, disposizioni
sconfortanti per ricevere la Comunione, al punto da renderla quasi
inaccessibile, è superato da lui che può, nel sec. XVIII, essere ritenuto
l'apostolo della Comunione quotidiana, perché considera l'Eucaristia
medicina dell'anima. Invano si attenderebbero dai suoi scritti
approfondimenti teologici. La sua dottrina è pratica, piana. In ogni sua
missiva, specialmente di direzione spirituale, l'Eucaristia ha un ricordo
particolare. Questa pia pratica era tanto rara che Padre Pirrotti venne
accusato di Quietismo, presso l'Arcivescovo di Chieti.
Intanto, Mons. Maddalena, Vescovo di Brindisi, invita Padre
Pirrotti, signorile nella sua austerità, franco nel dialogo e sereno
nell'aspetto, a tenere la predica per il Santo Nome di Maria, nella
cappella del suo Episcopio.
Ma egli ha problemi di salute. Scrive al padre: ...il petto
con dolori fierissimi mi ha travagliato e ancora mi travaglia.. avendo
sputato ancora un poco di sangue …. Oltre la scuola, la vita
comunitaria, la predicazione e le confessioni, Padre Pompilio ha da
assolvere ad un ulteriore servigio: è assistente spirituale
dell'Arciconfraternita della Morte di Francavilla Fontana. Incarico
esercitato con sommo zelo ed attività, e con molto profitto delle anime
alla sua cura affidate
Significava essere maestri in una scuola di non comune spiritualità.
Sicché, nel Catalogo della famiglia religiosa di Francavilla
si attesta che, nonostante la giovane età e la debilitata salute, egli
afferma di possedere una grande attitudine al ministero delle anime. E in
questa città, nell'autunno 1733, quale maestro di Retorica, dimostra una
vasta erudizione e buona maturità umana e religiosa.
Desiderava invano avvicinarsi a casa.
La
conversione di Brindisi
Nell'ottobre - novembre 1736, mentre è a Brindisi. vive un
momento assai importante, testimoniato da documenti che vanno dal 16
gennaio 1737 al 19 gennaio 1738, e che parlano di una conversione che lo
porta ad interiorizzare più profondamente il pensiero della morte, che già
aveva informato gli atti più significativi, fin dalla sua adolescenza. Ed
ecco che, durante la notte del primo giorno, la cella di fratel Pompilio,
si colora di rosso intenso; ai piedi del Crocifisso egli emette la
confessione generale dei suoi peccati: di pensiero, di parole, opere,
contro i Comandamenti di Dio, i cinque precetti della Chiesa, i voti.
Chiede misericordia. Conclude: O pietoso Gesù, per il tuo
amore, per i tuoi dolori, abbi pietà di me e salvami.
Nella serata del 19 dicembre, genuflesso ancora davanti al
Crocifisso, rinnova il dolore e il proposito. Sprezzo tutto il mondo.
Sprezzo ogni cosa al mondo. Deus meus et omnia. Patimenti voglio, in
questa vita, sì, caro Gesù. Il Signore lo prenderà in parola.
Ecco, nella notte di Natale, la sua vibrante protesta: Ti
prometto, Gesù mio, che io del mondo altro non ne voglio se non quello
avuto da Te, cioè patimenti e disprezzi….
Il 19 gennaio: ... rinuncio al demonio, al mondo, alla
carne... m'abbraccio con Voi, mio Dio.
D'ora innanzi, più che nel passato, P. Pirrotti passerà
dalle strutture dell'uomo vecchio a quelle di Dio. Trasformerà le energie
intime in amore e le utilizzerà a servizio della fraternità.
Ad Ortona, dove veniva fondato un Collegio di Scolopi, Padre
Pompilio, maestro di scuola per il Seminario, dava al suo insegnamento
un'impostazione nuova che esigeva la continua assistenza dei giovani
aspiranti al sacerdozio.
La città era retta dai Borbone, fin dal 1732, che vigilavano
molto sul clero. Compito ingrato spettava al Pirrotti, vicerettore. Il
contatto coi genitori e parenti dei poveri lo avvicinava ai figli di
contadini, modesti artigiani, bisognosi per la retta, la biancheria, gli
abiti, testi scolastici. Bisognava picchiare alle porte blasonate. Egli
stesso andava questuando il grano con la sacca.
La mancanza di sano nutrimento rendeva gli alunni nervosi,
indisciplinati e non leali. Egli precisa queste condizioni nella
lettera-relazione al Padre generale, il 21 agosto 1739.
Ad Ortona, il Pirrotti era diventato un personaggio di primaria
importanza. Si ricorreva a lui e la sua disponibilità non aveva confini.
Si ricorda che: stava in ginocchio insegnando e
disciplinando li suoi studenti.. da circa tré anni, sempre in ginocchioni
spiegava libri e dettava latini... ed insegnava tutte le scienze... e non
lasciava di predicare, confermare, raccomandare anime... .
Era stimato e onorato per gran servo di Dio e letterato e, nello stesso
concetto, era tenuto dal Vescovo Amalfetani della predetta Città"
(dice Don Marcantonio). ... Non
mangiava in refettorio, si bene nella stanza si cibava di pane nero,
muffito e di povere mele selvagge, pizze di grano d'India, per così
contenere il suo corpo a cui aggiungeva dure e lunghe discipline.
Ravvolto in un mantello, sulla nuda terra, egli cedeva al sonno
per poche ore. Poi alternava lo studio alle preghiere e stendeva su carta
le risposte di cui era stato richiesto. Il Di Annibale ebbe la certezza
che lo Scolopio avesse il dono della profezia. E si va delineando, per tal
via, la figura del futuro Santo.
A poco a poco, la sua cattedra di educatore va acquistando un
metro grandioso: chiese, oratori, cattedrali, e piazze sono il suo
pulpito, per la sua figura emaciata e raccolta, lo sguardo cristallino, la
voce pacata e calda. Ma una rievangelizzazione richiede l'autorizzazione
pontifìcia di Missionario Apostolico.
La
chiese a Papa Benedetto XIV, che non gli risponderà mai. Tuttavia, non
rinuncerà alla sua missione. E, per non resistere al Signore, diventerà un
religioso sorvegliato, amareggiato e perseguitato. Dall'inizio dell'anno
scolastico 1742, è a Lanciano. È un momento essenziale nella sua vita e
determina le future tappe della sua esistenza. Attende anche alla
direzione spirituale della Congregazione della Morte e Orazione,
un'accolta di fedeli appartenenti al ceto dei Nobili e dei Magnifici della
città. In questo incarico, poteva esercitare un'influenza profonda, tanto
più che ormai era punto di riferimento per molti. Inaspettata, il 31 marzo
1744, riceve l'obbedienza per Napoli. La Guerra di successione
austriaca che, per tanti anni, provocò lo scorazzamento degli eserciti
anche in Abruzzo, la salute percossa e gli incarichi di predicazione,
procrastinarono il viaggio. Ma che a Lanciano qualcosa non andasse, egli
lo avvertiva.
Il clero diocesano sentiva mortificazione e rimprovero nel suo
atteggiamento, vedendolo come pietra di paragone. La comunità scolopica
era turbata dalle Messe affollatissime, dal confessionale e dal parlatorio
assiepati, parlatorio, dal capezzale dei moribondi, a cui era
continuamente chiamato.
Il 5 novembre, P. Manconi ingiungeva a P. Calò, il
Provinciale: Stimerei ben fatto che V.R., con qualche prudente mezzo
termine, allontanasse dalla Diocesi di Chieti e Lanciano il P. Pompilio,
nelle quali intendo che gli sia sospesa la facoltà di predicare. E fu un
colpo terribile per lui.
La Congregazione Generale, per prudenza, il 21 luglio
1747, deliberò l'immediato allontanamento da Lanciano e la sua
destinazione a Napoli.
12
anni a Napoli.
Colpito da una
tempesta di avversità, in tanta amarezza, certamente egli guardava al
Maestro. Il 24 ottobre 1747, da Napoli, fra l'altro, scriveva al giovane
studente Ignazio Napolitano: ... pensate, figlio, che persecuzione sta
in piedi per me, e con quali battaglie io mi trovo.. lo vorrei andarmene
dove di me non se ne potesse saper più nuova: che si può sperare mai da un
mondo dove signoreggia la menzogna?.. Egli sarà l'apostolo degli
ultimi. Erano in tanti! E si sentiva impegnato a restituire ai poveri la
dignità e la coscienza ai ricchi. La miseria e la fame erano divenute
croniche, endemiche, in Occidente, specie dal sec. XVI al XVIII. Una
catastrofe tellurica, nei primi mesi del 1731 aveva sconvolto la
Basilicata, Puglia, Calabria, con danni incalcolabili e interi paesi
distrutti. A Melfi precedentemente, si era dedicato ai poveri. Li
incontrerà ancora nel 1764, a Napoli, invasa da febbre tifoidea, mentre
nel pauperismo aumentano gli straccioni (v. uomini di pane bianco e di
pane nero). Ed aveva già predicato, a Francavilla, quattro volte al
giorno, per fasce sociali. A Pescara, forse per la prima volta, apparve
vestito da missionario, col bordone, la pellegrina tempestata di
chiocciole, nell'aspetto di penitente.
Sempre il popolo accorreva. Lo seguiva in processione anche di
notte, i lumi accesi e le candele. É nota la sua corrispondenza coi figli
spirituali. Stendeva schemi di predicazione, formulava piani per i nuovi
impegni. La sua salute, intanto, vacillava. Ed i religiosi di Lanciano lo
chiamavano il semplicetto perché tanto gli veniva dato e tanto
distribuiva ai poveri. Era ritenuto l'Apostolo degli Abruzzi.
A Tornareccio, il 12 febbraio 1747, la sua predicazione
raggiunse un momento di grande commozione. Era il giovedì santo. Si legge
nei processi di beatificazione che egli, terminate le sacre funzioni
antimeridiane: con una croce di legno, pesante sulle spalle, corona di
spine sul capo, a piedi nudi, nelle gambe postesi due forge di ferro e con
dette due catene trascinandole in compagnia di alcuni altri ecclesiastici
di quel Comune... sicché fece un viaggio di tal forma di penitenze per
cammino disopra a sette miglia, e per strade di campagna spinose, molto
sassose e di salite... . Queste manifestazioni, in uso nel sec. XVIII,
saranno proibite nella riforma liturgica promossa da Benedetto XIV, come
tutto ciò che aveva dello scenografico e del fanatismo.
Anche questa
volta, il suo fu un allontanamento duro e forte. Dopo ben cinque anni, in
una lettera il Vicario Generale scriveva che il Religioso doveva
riprendere la vita regolare del chiostro, fare scuola, non attendere al
confessionale, alla predicazione, perché privo contemporaneamente della
facoltà… era un esiliato posto sotto controllo, un povero sacerdote
limitato nelle sue funzioni presbiterali. Nel 1734, Napoli era Capitale di
un Regno indipendente, con Carlo III di Borbone, riconosciuto Re di
Sicilia. La città godeva di un felice momento, nonostante i secolari
problemi che le intuizioni degli illuministi e le riforme attuate non
riuscivano a risolvere. La città più popolosa della penisola nascondeva
miserie profonde. Lazzaroni e fanciulli coperti di stracci affollavano i
vicoli, ove si vivevano di profonde vergogne morali e ladrocinii. I preti
regolari, i cosiddetti cappelloni napoletani, erano in gran numero.
Era il tempo della cipria e della ghigliottina, tra cicisbei e terroristi.
Il nuovo Arcivescovo, Mons. Antonio Ludovico Antinori, preoccupato,
cercava di eliminare ogni contatto del Padre Pirrotti con la gente del
popolo.
Egli vedeva aliene da ortodossia certe manifestazioni
pietistiche dell'azione missionaria di ampio respiro, portata avanti dallo
Scolopio, nel superamento dei giansenismo, accolto dai ceti agiati, che si
sentivano più nobili nel professare una dottrina severa. Anche Alfonso de'
Liguori, negli stessi anni, faceva di Napoli il suo centro missionario. Ma
egli aveva l'immediatezza di un oratore del '400. Si rivolgeva al popolo
particolarmente, al quale nessuno più parlava. Non la nobiltà, nè il
clero. E scriveva a Don Ignazio, il 24 agosto, da Napoli: ... figlio
mio, mi trovo sopra la Croce….
Passa a Santa Maria di Caravaggio, in un ampio Collegio.
Fino al 1749, mantiene corrispondenza coi suoi figli spirituali. Ammalati
e moribondi lo invocavano ed egli volle un'umile cella presso il portone
per rispondere alle loro chiamate. Camminava per Napoli di notte. Riceveva
offerte. Viene nominato assistente provinciale. La serietà delle sue
azioni lo rende esigente, scomodo, non simpatico. Intorno a lui si
raccoglie una larga schiera di devoti.
Nella visione generale di Padre Pompilio Pirrotti, i cattolici
non possono restare nel cerchio della loro individualità. Devono calarsi
nell'umanità di cui sono parte ed usare la parola, dono di Dio, per
indicare agli uomini la Via, la Verità, la Vita. La società ne aveva
bisogno. A Napoli, in particolare, era dato ormai d'incontrare
atteggiamenti laicisti, posizioni morali soggettivistiche, uomini protesi
a fare di se stessi un idolo, per cultura, ricchezza, censo.
Nel 1754 era stata fondata la Congregazione della
Carità di Dio, con sede al Caravaggio, frequentata
da artigiani e da persone di ogni ceto. Dettandone le regole, le assegnò
come scopo: 1° procurare a dar continuo suffragio alle anime del
Purgatorio…; 2° accudire i cadaveri seppellendoli e accomodandoli nella
sepoltura, ed accudendo i poveri morti, come potranno. 3° dare buoni
esempi al prossimo con la Carità, visitando infermi, sollevando afflitti e
ristorando i carcerati e dando soccorso all’anima e corpo del prossimo
secondo le occasioni. Innumerevoli sono stati gli episodi legati a
questa spiritualità come l’impegno nel suffragio dei defunti: Padre
Pompilio spesso conduceva i Congregati della Confraternita nel “cimitero”
della chiesa di S. Maria del Suffragio e, portandoli in giro, li invitava
a pregare per i trapassati. Ma che cosa avveniva spesso? Passando davanti
alcuni teschi il Santo esclamava: “Oh, questo in verità ha bisogno!” In
così dire cavava di tasca un taralluccio o una fettina di pane e la poneva
tra i denti del teschio. Quando i presenti, rifacendo il cammino,
ripassavano per quello stesso punto, constatavano che il taralluccio o il
pezzo di pane era sparito. Il fatto straordinario aveva un suo profondo
significato. Quelle anime avevano davvero un grande bisogno di suffragio,
e facendo scomparire quel piccolo dono. Intendevano mostrare il loro alto
gradimento per i suffragio che venivano innalzati a Dio per loro.
Padre Pirrotti,
padre spirituale della Compagnia, era buon amministratore. Ma presto
insorsero difficoltà in sede. Ne fu creata un'altra nel vicolo dedicato
alla Regina del Paradiso. L'affluenza di persone d'ogni condizione, avanzi
di galera, malfamati, richiamò l'attenzione delle autorità religiose e
secolari. La Compagnia fu vista come prodotto di superstizione, fanatismo,
ignoranza teologica, lassismo.
Il 29 maggio 1754, la provincia scolopica di Napoli era stata
divisa tra Campania e Puglia.
Padre Pompilio si rifiutò,
per allora, di seguire il Padre Provinciale di
Puglia, Gian Francesco De Nobili che lo invitava ad andare con lui. In
sostanza, tre persone, P. Antonio Andrizzi, Rettore della Casa di
Caravaggio, il P. Provinciale Anastasio De Caro, noto per l'estrema
rigidità e il Cardinale Antonio Sersale, con il ministro Tanucci, come è
stato detto, riuscirono a fare di P. Pompilio un esiliato
Il religioso, oberato d'impegni, solo in parte osservava la vita
comunitaria. Non rifiutava mai la sua disponibilità. Non conosceva orari
ne regole. Le accuse presero consistenza. Questo religioso, seguito con
passione da tanti diseredati, avrebbe potuto fomentare, sotto l'aspetto
religioso, delle sommosse e, particolarmente, in una città dove il pane
quotidiano era una meta irraggiungibile. Gli stessi confratelli ne erano
infastiditi.
Il Preposto generale, Odoardo Corsini, dette ordini perentori
per limitare le spiacevoli azioni del Padre, per evitare che fosse oggetto
di derisione per la gente.
Il Cardinale Arcivescovo ottiene, infine, dal Governo, il
decreto di espulsione dal Regno, per Padre Pompilio. Partì al buio della
sera. All'alba, con la bisaccia e la sporta, si mise in cammino per Chieti.
Il cuore gli sanguinava. Il P. Generale Corsini aveva scritto al P.
Valentini che lo accolse con cuore fraterno: ... lo esenti adesso da
ogni pubblico ufficio di confessare e di predicare, tanto in chiesa
nostra, quanto altrove... .
Padre Pompilio venne escluso dal Regno, nonostante le
richieste dei Napoletani. Mai più Padre Pirrotti sarebbe tornato in quella
città, dove per dodici anni era stato crocifisso in nome della carità.
I
bei, bellissimi scherzi dello
Sposo Gesù.
Da Chieti, dove si
era già acquistato fama di Santo, passa ad Ancona (26 maggio 1759).
Giungevano alla casa scolopica tante carrozze di visitatori da Lanciano,
Ortona, Francavilla, Pescara, Castellammare, Penne. Alla sua partenza da
Chieti ci fu gran ressa di folla. Ad Ancona, nel Collegio di S. Giuseppe,
egli veniva a far pane della provincia romana. Il 23 settembre 1759, a
Lugo di Romagna, partecipa della nuova famiglia religiosa.
Nella zona,
viene richiesto un po' dovunque come predicatore: Il Signore mi vuole
in queste incombenze, ma io non ci fatico: esso agisce, esso opera, io
sono una misera voce. Scrive a fratel Pietro: Io mi trovo in questa
povera parrocchia con una nuova Fondazione del nostro povero abito, mal
veduto in queste parti, onde col bel garbo, con la pazienza, con la
prudente carità…, ...l'è gente romagnola assai perversa… ...ha bisogno di
coltivo, essendo rozza, ma l'è gente avara e stirata….
La difficoltà veniva soprattutto dalla presenza di un
clero secolare numeroso, di quattro affollati Conventi: Domenicani,
Conventuali, Carmelitani, Cappuccini e Congregazioni femminili. Iniziarono presto le maggiori persecuzioni. Era accaduta
intanto una cosa dolorosa. Padre Pompilio era diventato l'unico punto di
riferimento dei fedeli di Lugo col fascino della disponibilità, bel garbo,
carità.
Un Padre Domenicano, contrario ai metodi di Padre Pompilio,
per espressioni e atteggiamenti a profezia, chiedeva che fosse moderato
dai superiori, perché era materia di Sant'Uffìzio. Tra gli scritti del
Pirrotti ve ne è uno intitolato Vita del solitario. Non è datato.
E' dettato dal desiderio della vita eremitica: Entrando
nella stanza della solitudine, si ricordi il Solitario che entra nel
Paradiso. La solitudine e un Paradiso in terra. Egli è ormai un
religioso chiacchierato. E questo fa parte, secondo Padre Pompilio, dei
belli, bellissimi scherzi dello Sposo Gesù.
Nell'agosto 1762,
ancora ad Ancona, stava malissimo: non dico di non patire, ma di non
patire tanto… . La battaglia con se stesso non è stata mai facile, ma
alla fine egli ha vinto.
Si diresse a Manfredonia, che faceva parte del Regno, giuntovi
(1 febbraio 1763) si vide sostituito, con grande meraviglia della città e
dell'Arcivescovo. Il suo fisico ebbe un crollo spaventoso: convulsioni,
febbri, attacchi improvvisi di epilessia. Tornando sollecitamente ad
Ancona, non per la via di Fano, ma per quella di Loreto, il passaggio per
Colfiorito fu orrido essendo vivo per miracolo, non so come io sia
uscito vivo in mezzo ai morti, mortomisi il vetturino colle bestie, e
morti gli altri, io uscito vivo senza saper come. Vivo, ma prima vo di
tutto, le vesti stracciate, accattando un tozzo di pane. La Contessa
Barbara Bertazzi lo aiuta. Ad Ancona ebbe l'ufficio della sacristia, di
maestro saltuario e trattenuto in casa. Magro, pallidissimo, con gli occhi
penetranti e luminosi, spirava santità da quel suo fisico tenue come
un'ombra.
Il divino traspariva da lui, in particolare, durante la
celebrazione della Messa. Dopo la consacrazione, il suo volto era
trasfigurato. Frequenti lacrime lasciavano intravedere che in quei momenti
era in diretto contatto con l'Ostia Santa che stringeva fra le mani.
Sempre inginocchiato presso l'altare, nelle ore notturne si
prostrava totalmente a terra e pregava. Presenza continua era la Mamma
Bella.
Scrive il 9 febbraio 1764 ... io mi trovo in croce, ma
vorrei esserci lieto. A fratel Pietro ... vi scrivo da povero
sacerdote del nostro Ordine, che mi fa piangere sempre più, e predico
tacendo, e predico singhiozzando, girando con le lacrime i padiglioni
delle Scuole Pie.... In questo ritorno anconetano, libero
da ogni servizio esterno, può vivere appieno la Regola. Datata
all’ 11 agosto 1764, è un'ingiunzione del Generale dell'Ordine. Il Rettore
impallidì. Doveva intimare a P. Pompilio che per ordine supremo di Roma
si astenga fino a nuova permissione dal confessare, predicare e dalle
direzioni spirituali.
Per i Domenicani di
Lugo: ...io gli venerava, io gli stimava, e questi in odio all'abito mi
han voluto tacciare di ipocrisia… mi han tacciato di proposizioni da loro
malamente apprese, ma da me bene intese… Ed ecco che la Curia
Generalizia interviene prontamente presso il Sant'Uffizio.
Arrivo
a Campi Salentina.
E, da Ancona, venne trasferito a Campi Salentina, ove gli
Scolopi si trovavano fin dal 6 novembre 1628, a dieci miglia da Lecce.
Il 15 aprile 1765 è in viaggio: un lungo cammino improntato di
preghiere, penitenze, dedizione. Si dice contento di tornare in Puglia.
… tanto per quella povera bambola Provincia di Puglia….Tremo io delli
Leccesi, perché li poverelli son di naturale caldo bilioso, puntiglioso,
capriccioso, io li compatisco…
Aveva una visione realistica della situazione.
Il trasferimento va dal 15 aprile 1765 al 12 luglio
successivo. Egli scrisse un diario-taccuino di viaggio. Vide tanti luoghi di passaggio, tanti devoti.
Nel cammino rivede tanti luoghi e persone che in altri tempi
erano stati testimoni della sua santità. Passa anche per Montecalvo dove
celebrerà le feste del Corpus Domini e del Sacro Cuore. Parla per l’ultima
volta ai suoi compaesani illustrando la parabola della pecorella smarrita,
nella chiesa di S. Gaetano, e al momento di ripartire saluterà i suoi
concittadini con un Arrivederci in Paradiso. Poi è il profondo
Salento, tormentato da una durissima carestia, che offrirà al Santo,
nell’ultimo anno di vita, l’opportunità di moltiplicare i miracoli di
carità a favore di tanti affamati, specialmente bambini. A Campi,
l'accoglienza fu fredda, circospetta. Scrive a frate Pietro: …che le
posso dire del Collegio? Non ci è ne capo ne coda: musi di tre
palmi,…facce orrende. Non ci è concordia. Non ci è affratellamento
religioso. Cervelli torbidissimi. Poco timor di Dio.. Non c'è la ..discrezione
paterna. Per niente, si provocavano risse. E troppe questioni erano
affidate a P. Pompilio. Nonostante la proibizione del Sant'Uffizio, egli fu
nominato superiore alla casa di Campi: ... io trovo un chaos… e parlerò
io, come parlai venerdì 23 del corrente (agosto 1765) e me ne
stiedi in ginocchio e i Padri a sedere….
Il periodo del
Rettorato di P. Pirrotti coincide con la scarsità di raccolta e con la
conseguente carestia che imperversò in tutto il meridione, ma ancor più
nella provincia di Lecce. Ma egli aveva figli spirituali fra i cittadini
più ricchi. Le provviste erano inesauribili. Il 1 gennaio 1766, nella
chiesa di Campi Salentina, viene eretta solennemente la Via Crucis. Egli
ne scrisse di proprio pugno il ricordo.
Con questa devozione, si collega a S. Leonardo da Porto
Maurizio (1676-1751) che aveva educato il popolo alla devozione del Sacro
Cuore e della Passione che concretizzò con l'esercizio delle tre ore di
agonia e con la Via Crucis che acquistò, grazie a lui, maggior seguito. Il
Pirrotti comprese qual risveglio di fede e richiamo fosse la Via della
Croce. Ogni mattina, la premetteva alla celebrazione della S. Messa. S.
Giuseppe Calasanzio aveva definito la croce Santo legno per mezzo del
quale il mondo è stato a me crocifisso, io al mondo… poi che la sua unica
scienza, per lui, era il Crocifisso.
Gli Scolopi indirizzarono alla devozione della Croce i loro
alunni, i figli spirituali e se ne fecero propagatori.
S. Pompilio
ha una posizione di privilegio nell'affermazione di questa pia pratica che
assunse in particolare, nel sec. XVIII, un punto preminente della pietà
popolare.
La Via Crucis di San Pompilio è un atto di conversione. E,
all'inizio, fu destinata ad umili devoti, in gran parte analfabeti.
Il 9 gennaio 1766,
P. Pirrotti fece domanda al Santo Padre Clemente XIII dell'Altare
privilegiato personale per propria devozione e per maggiormente suffragare
i fedeli defunti. Gli venne accordato. E la Messa del Padre Santo fu
sempre un punto di riferimento e d'incontro per tanti fedeli. Assistere
alla Messa di Padre Pompilio, era scuola di santità.
Fu confermato Rettore di Campi Salentina, ormai Casa di
noviziato. A Turi, nel Capitolo Provvisorio, tenuto il 13 marzo 1766, fu
eletto Assistente Provinciale, confessore, archivista, custode delle
chiavi dei depositi, addetto a predicare ed a tenere quaresimali.
Da tutti, era ritenuto religioso dotto e santo. E ottimo
amministratore. Egli era un maestro di noviziato modernissimo. Immetteva
gli aspiranti Scolopi nell'apostolato, invece di chiuderli in solitudine,
fino alla formazione. Li vuole all'esterno, gioiosi e signorili.
I novizi sono ormai quattro. Bisogna tirare avanti, con le
spese continue, senza nessun introito, pregare gli amici.
Accettò di predicare un corso di Esercizi nel Monastero di
S. Chiara, in Lecce. Dedicò la prima predica alla solitudine. Teneva per
guida gli "Esercizi spirituali" di S. Ignazio di Loyola, adattati alle
claustrali.
Il suo tramonto
Egli era ormai, un benemerito. Stava per dire addio alla
terra. E venne per lui quel benedetto, desideratissimo giorno. Ne ebbe il
presentimento e fu felice di essere al termine della corsa.
La visione del Cielo gli e particolarmente presente, in questi
giorni. Una febbre continua lo accompagna. Siede in confessionale tutte le
mattine, sostando solo per distribuire la Santa Comunione.
Non assaggia cibo ne a pranzo ne a cena, ma partecipa
alla mensa comune. Fa la lettura.
In camera, non indulge al riposo. E molta corrispondenza
resterà inevasa. Lo coglie, improvviso, uno svenimento. Si siede. Non
vuole sdraiarsi al pagliericcio. Ha in mano la Protesta della Morte che
aveva scritto per proprio uso. Ormai, è prossimo per lui il passaggio dal
tempo all'eternità. Se tutta la vita è un combattimento, in
vicinanza della morte, questo si inasprisce. Forse conobbe l'Apparecchiamento
alla morte di Alfonso Maria de' Liguori. Infatti, nel suo scritto, non
mancano elementi liguoriani.
Scese in chiesa, ricevette la S. Comunione, poi, in cella, si
sedette in attesa della morte.
Gli fu amministrato il viatico. In chiesa, una gran folla
pregava. Al tramonto del sole del 15 luglio 1766, quando le campane
annunciavano già i primi vespri della Madonna del Carmine, rese l’anima al
Creatore, assiso su di una cassa, come in una soavissima estasi.
Tutti gridavano che era morto un Santo. Sembrava dormire.
Tutti volevano reliquie. Il cadavere fu inumato di notte, in
una parete del la Cappella di Sant'Antonio. A voce di popolo, fu
dichiarato Santo. Nella riproduzione della tela che il pittore C. Ingrosso
fece al morente, si notano sofferenza e serenità.
Alla meglio
che si poté, si calmò la moltitudine Si divulgò subito la fama dei
miracoli ottenuti per sua intercessione. L’ammirazione divenne, ben
presto, devozione. Nel 1835, si apre il Processo di canonizzazione.
Papa Leone XIII, che da giovane Legato Pontificio a Benevento
aveva aperto in Montecalvo i processi canonici, ebbe la consolazione di
approvare, il 17 novembre 1878, il Decreto sull'eroicità delle virtù del
Servo di Dio, dichiarandolo Venerabile e, poi Beato, il 26 gennaio 1890,
elevadolo così alla gloria degli altari.
La devozione del novello Beato, oltre che nel meridione, si
andava diffondendo attraverso i figli del Calasanzio, nel mondo. Pio XI,
il 19 marzo 1934, procedeva alla canonizzazione del Beato Pirrotti. La
solenne sentenza è pronunziata. Il Papa intona il Te Deum.
È possibile restituire a san Pompilio M. Pirrotti, per tal
via, il suo posto nella storia della spiritualità del sec. XVIII, e in
quella della pedagogia, come ministro della Parola di Dio, come formatore
di cristiani impegnati. |