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S. POMPILIO MARIA PIRROTTI

di Giuseppina Luongo Bartolini
da Santi di Benevento - Edizioni Realtà Sannita Benevento - 2003

Introduzione
            San Pompilio Maria Pirrotti appartiene a quella schiera di Santi dei quali si impadronisce, a volte, la pietà dei fedeli elevandoli, oltre ogni ricerca e puntualità storiografica, al cielo del miracolo.
            Oltre mille lettere, molte delle quali biografiche, e altri scritti del Santo, sparsi qua e là negli archivi dell'Ordine, oggi pubblicati in tre volumi, e documenti di indiscusso valore e interesse, stranamente non avevano richiamato l'attenzione dei Confratelli. Sicché, le prime biografie del Santo ne offrono un'immagine generica. Basata spesso su disquisizioni teologiche e morali, su una pietà ingenua e primitiva, almeno fino alla canonizzazione avvenuta nel 1934, dopo duecento anni dalla sua ordinazione sacerdotale, avvenuta in Brindisi.
            Fatti della massima importanza ci consentono di illustrare, sullo sfondo dell'epoca in cui visse, gli aspetti più salienti della sua personalità, che appare unica e irripetibile. L'ambiente della società civile ed ecclesiastico del sec. XVIII presentava fratture insanabili. L'illuminismo filosofico, con portato del giurisdizionalismo, scavava solchi profondi all'interno del tessuto sociale. Il giansenismo, superato sul piano dogmatico, aveva aperto ad una morale severa, carica di timore e tremore, dando luogo ad atteggiamenti ipocriti ed oppressivi.
            La devozione definita del giusto e dei piccoli obblighi, inaridiva le anime desiderose d'assoluto, in un secolo da molti definito ascetico e ateo, mentre il panorama della santità appariva assai mosso, grazie a personalità di grande spessore, tra cui S. Leonardo da Porto Maurizio (1675-1751), S. Paolo della Croce (1694-1775), S. Alfonso Maria de' Liguori (1696- 1788) e S. Pompilio Maria Pirrotti (1710 - 1766).
            Questi appare subito vittima delle contraddizioni del tempo suo.

 I primi anni di vita a Montecalvo
            Nacque il 29 settembre 1710, a Montecalvo Irpino (AV), nella diocesi di Benevento. Gli venne imposto il nome di Domenico, uomo del Signore. Fu Battezzato il 30 settembre 1710 nella Chiesa Collegiata di S. Maria, la stessa dove il 9 dicembre 1714 a soli 4 anni riceve il Sacramento della Cresima dal vescovo di Trevico, Mons. Simone Veglini.
            Di famiglia gentilizia, se non nobile, i Pirrotti godevano di grande prestigio in Irpinia: Honor et virtus in domo Pirrotti semper era il motto araldico. Educato dal padre Girolamo, Professore in Legge, e dalla madre Orsola Bozzuti, apprese uno stile di vita integerrima, espressa in signorilità, sensibilità, delicatezza e obiettività, scriverà al fratello Carlo eletto canonico della Collegiata: … io mi rallegro della dignità ottenuta, e non cesserò di pregare Iddio, acciorchè questo piccolo onore le sia porta per conseguire di mano in mano onori maggiori adattati agli onori ricevuti dai nostri antenati, secondo il bello adagio intagliato nella finestra dei magazzeni nostri: Nobiliora altiora petunt.
            Da piccolo amava visitare la cappella di famiglia, non lontana dal paese, dedicata alla Madonna dell’Abbondanza. Era in un fondo di proprietà della famiglia e vi era annesso un piccolo beneficio; da Ancona, il 12 aprile 1764, raccomanderà al fratello Michele: ...vorrei, se io mai potessi avvantaggiare quel beneficio e mettere in doveroso culto di venerazione quella santa Immagine, che dovrebbe essere a cuore a noi altri di tal discendenza, avendo avuta la situazione dai nostri Antenati, che furon devoti di Maria Vergine, e poner vollero tutta la discendenza nostra sotto la direzione, protezione e guardia di Maria Vergine. Un amore verso la Madonna che chiamerà sempre Mamma Bella e che si manifestò sin dalla sua tenera età. Cosi dichiara un testimone ai processi di beatificazione: …un giorno il servo di Dio in una stanza, dove si ammassavano delle vecchie robe della famiglia, trovò in casa un’immagine di Maria Santissima, la quale fu presa dal fanciullo e fu portata alla madre, pregandola caldamente che l’avesse custodita, perché quell’immagine sarebbe posta sull’altare che andrebbe a farsi nella sua casa, dov’egli avrebbe celebrato la messa; infatti così avvenne.
            E a Don Marcantonio Di Annibale, amico di viaggio e suo primo biografo, confiderà: ... nella mia patria di Montecalvo, possedeva ancora un podere così bello e ameno... Ogni anno mi portava, la vigilia dell'Ascensione che oggi ricorre, mi faceva empire un vaso d'acqua, mi ponevo in orazione nell'aperta campagna vicino al vaso, nell'età mia di dodici anni, ed alla mezzanotte scendeva l'angelo dal cielo a benedire quell'acqua che poi dava a bevere agli infermi che risanavano.         

 LA Vocazione
            Nel piano dei genitori, era destinato a guidare la famiglia e a tramandare, onoratamente, la casa dei Pirrotti. Non così, in quello del Signore.
            La vicenda della vocazione religiosa di San Pompilio presenta aspetti inediti e straordinari. Già tre suoi fratelli, Pompilio (chierico del Seminario di Benevento che a 18 anni, nel 1719, lasciò la terra con grande fama di santità e da cui prenderà il nome), Francesco e Bartolomeo, avevano scelto la via del convento. A quindici anni, il pio giovinetto pregava perché si facesse luce nella sua anima. Di un ritiro spirituale si conservano i suoi proponimenti, propositi, conclusioni. La scelta è fatta. Seguirà il Signore. Non attende altro che l'indicazione da Dio. E intervenne una circostanza provvidenziale. Un giovane religioso, degli Scolopi di Benevento, P. Nicolò Maria Severino di S. Pietro, era giunto in Montecalvo nella Quaresima del 1726. Pompilio Pirrotti frequentatore assiduo delle sue prediche, volle incontrarlo, chiedergli notizie dell'Ordine, del Fondatore, della missione. Si trattava di un Ordine povero, già assai discusso e già una volta soppresso, inoltre sconsigliatogli dai genitori. Ed una notte, nascostamente, egli lasciò la casa. Con l'unico abito addosso. Salutò i suoi con un biglietto di congedo: Non stimerete per mancanza alcuna la mia fuga senza vostra licenza, imperocché nel Vangelo è scritto, che se il padre si ponesse sopra la soglia  della porta per impedire al figlio a fuggirsene per servire a Dio, può senza alcun peccato calpestarlo, e fuggire al servizio di Dio…e per fine mi getto ai vostri beatifici piede, e gli ritorno a domandare la santa Benedizione. Venne accolto, per il momento, nella vicina Benevento, nel convento di San Domenico, dove viveva il fratello Raffaele. Poi lo raggiunsero i genitori. Inutilmente.  Entrò cosi, nella comunità dei Padri Scolopi di quella città

Ricuso di essere o santo solo o dotto solo, ma santo e dotto insieme.
            Intanto, si applica allo studio della figura di Giuseppe Calasanzio, delle Scuole Pie, dell'educazione dei giovani. Avverte il fascino del Fondatore che seppe creare in Roma la prima Scuola popolare d’Europa, in cui s'impartiscono i primi insegnamenti di dottrina cristiana e nozioni di istruzione elementare. Si commuove leggendo che il Calasanzio, all'età di 87 anni, 1'8 agosto 1642, venne condotto a piedi per le vie di Roma, incatenato, fino alle carceri del Sant'Uffìzio; che l'Ordine degli Scolopi venne disciolto; che quattro anni dopo egli moriva (15 agosto 1648), assicurando i suoi discepoli che l'Opera delle Scuole Pie sarebbe ben presto risorta. Infatti, Alessandro VII, il 12 marzo 1656, restituiva agli Scolopi la fisionomia di Congregazione religiosa con voti semplici, e  Clemente IX di Ordine religioso con voti solenni, il 23 ottobre 1669.
            Dopo un periodo di prova a Benevento, il giovane Pirrotti fu inviato a Napoli per il suo noviziato formalmente, il 2 febbraio 1727. Il futuro Scolopio sarà plasmato alla rinuncia ad ogni velleità, improntandosi ad una povertà dignitosa, serenamente accettata e messa in pratica.
            Si svestirà degli affetti di sangue, amicizia, interessi. Lieviterà tutta la sua vita di preghiera e mortificazione. I voti di obbedienza, castità, povertà sono le stelle delle Scuole Pie. E fu il Religioso Pirrotti dei Chierici Poveri della Madre di Dio. L’anno successivo, derogando dalla Regola, fu ammesso alla Professione solenne e, in data 25 marzo 1728, giurò perpetua fedeltà nelle Scuole Pie, nelle quali professò col nome di Pompilio Maria di San Nicola. Scriveva al padre suo : ...ricus, di essere o santo solo o dotto solo, ma santo e dotto insieme.

           
Trascorse due anni a Chieti. Iniziato nella clerical tonsura (5 febbraio 1729), il giorno dopo riceveva gli Ordini minori dalle mani del Vescovo Scolopio di Ripatransone, Mons. Francesco Andrea Correa. Egli aveva diciotto anni. Nell'estate 1730, trascorse un lungo periodo in famiglia, a Montecalvo, accolto a braccia aperte, per rimettersi in salute, prima di iniziare gli studi superiori. Per l'anno di studi 1730-31, fu trasferito a Melfi, preceduto da una lettera del Superiore Maggiore ... per non riaccendere di bel nuovo quel fuoco, che se non è del tutto estinto, spero che con la sua attenzione e destrezza si estinguerà. 
           
Di quale fuoco si parla? Impossibile determinarlo.
            Così, fratel Pirrotti era tenuto sotto sorveglianza. In quattro lettere ch'egli scrive al padre (Giugno-Agosto 1731) parla del suo malessere: ...insomma, mozzichiamo l'assenzio, beviamo il fiele inghiottiamo, Signore Padre carissimo, l'aceto delle amarezze temporali. Avverte il fisico debilitato. Intanto, approfondiva S. Tommaso. E, dal Vescovo, Mons. Lioni, gli veniva chiesto di predicare, essendo in corso il Giubileo. Il P. Provinciale, informato che il professo viveva in posizione privilegiata per la spiccata simpatia di cui lo graziava il Presule, al termine dell'anno scolastico 1731, gli mandò l'obbedienza per Chieti. Venne, successivamente, fra l'ottobre e il novembre 1732, trasferito a Turi, nelle Murge, in provincia di Bari, quale maestro di scuola primaria. E ne racconta: ...io attendo a farmi una scuola mia, la quale è un poco faticosa, con grandissimo decoro e rispetto… e, quindi: ...Spetta al nostro Istituto insegnare ai fanciulli, fin dai primi elementi, a ben leggere, a far di conto, la lingua latina, e soprattutto la pietà e la dottrina cristiana; e tutto ciò con la massima possibile facilità. La grande pedagogia calasanziana è l'amore, anche se il Fondatore insiste, con la mentalità del suo tempo, sui castighi.

 Sacerdote.
            Il 28 febbraio, a Brindisi, gli venne conferito il suddiaconato in forma privata. Fu ordinato sacerdote nel Monastero femminile di S. Benedetto. Così scriverà al Padre il 13 giugno 1734: Io fui ordinato Sacerdote con la dispensa il 20 di marzo dall’Arcivescovo di Brindisi Mons. Andrea Maddalena e cantai poi la prima messa il 25 marzo, giorno della Vergine Annunziata. Come è stato detto, Padre Pirrotti fu grande oppositore del giansenismo che faceva, allora, proseliti nel popolo. C’è una sua pagina che ne chiarisce la proposizione teologica. Da Ancona, L’11 ottobre, 1764, accusato, perseguitato, e privo della facoltà di confessare e di predicare, scriverà a fratel Pietro, ...impari bene a compatire, a compassionar, a non meravigliarsi, perché la nostra depravata natura pronta est ad malum ab adolescentia sua; e osservi bene ella, caro mio Pietro, non dirsi dello Spirito Santo essere inclinata la nostra natura al male fin da che nacque; perché la natività l'ebbe dalle mani di Dio, e Dio forni l'uomo diritto e bene inclinato. .. di modo che senza la divina grazia non può egli, l'uomo, più compromettersi.... È la chiara confutazione della tesi pelagiana e un addolcimento di quella giansenista.
            Dove Padre Pirrotti si rivela antesignano di questo atteggiamento, è verso il Sacramento Eucaristico.
            Infatti, il rigorismo che esigeva, fra l'altro, disposizioni sconfortanti per ricevere la Comunione, al punto da renderla quasi inaccessibile, è superato da lui che può, nel sec. XVIII, essere ritenuto l'apostolo della Comunione quotidiana, perché considera l'Eucaristia medicina dell'anima. Invano si attenderebbero dai suoi scritti approfondimenti teologici. La sua dottrina è pratica, piana. In ogni sua missiva, specialmente di direzione spirituale, l'Eucaristia ha un ricordo particolare. Questa pia pratica era tanto rara che Padre Pirrotti venne accusato di Quietismo, presso l'Arcivescovo di Chieti.
            Intanto, Mons. Maddalena, Vescovo di Brindisi, invita Padre Pirrotti, signorile nella sua austerità, franco nel dialogo e sereno nell'aspetto, a tenere la predica per il Santo Nome di Maria, nella cappella del suo Episcopio.
            Ma egli ha problemi di salute. Scrive al padre: ...il petto con dolori fierissimi mi ha travagliato e ancora mi travaglia.. avendo sputato ancora un poco di sangue …. Oltre la scuola, la vita comunitaria, la predicazione e le confessioni, Padre Pompilio ha da assolvere ad un ulteriore servigio: è assistente spirituale dell'Arciconfraternita della Morte di Francavilla Fontana. Incarico esercitato con sommo zelo ed attività, e con molto profitto delle anime alla sua cura affidate
             Significava essere maestri in una scuola di non comune spiritualità.
            Sicché, nel Catalogo della famiglia religiosa di Francavilla si attesta che, nonostante la giovane età e la debilitata salute, egli afferma di possedere una grande attitudine al ministero delle anime. E in questa città, nell'autunno 1733, quale maestro di Retorica, dimostra una vasta erudizione e buona maturità umana e religiosa. 
            Desiderava invano avvicinarsi a casa.

 La conversione di Brindisi
            Nell'ottobre - novembre 1736, mentre è a Brindisi. vive un momento assai importante, testimoniato da documenti che vanno dal 16 gennaio 1737 al 19 gennaio 1738, e che parlano di  una conversione che lo porta ad interiorizzare più profondamente il pensiero della morte, che già aveva informato gli atti più significativi, fin dalla sua adolescenza. Ed ecco che, durante la notte del primo giorno, la cella di fratel Pompilio, si colora di rosso intenso; ai piedi del Crocifisso egli emette la confessione generale dei suoi peccati: di pensiero, di parole, opere, contro i Comandamenti di Dio, i cinque precetti della Chiesa, i voti.
            Chiede misericordia. Conclude: O pietoso Gesù, per il tuo amore, per i tuoi dolori, abbi pietà di me e salvami.
           
Nella serata del 19 dicembre, genuflesso ancora davanti al Crocifisso, rinnova il dolore e il proposito. Sprezzo tutto il mondo. Sprezzo ogni cosa al mondo. Deus meus et omnia. Patimenti voglio, in questa vita, sì, caro Gesù. Il Signore lo prenderà in parola.
            Ecco, nella notte di Natale, la sua vibrante protesta: Ti prometto, Gesù mio, che io del mondo altro non ne voglio se non quello avuto da Te, cioè patimenti e disprezzi….
            Il 19 gennaio: ... rinuncio al demonio, al mondo, alla carne... m'abbraccio con Voi, mio Dio.
            D'ora innanzi, più che nel passato, P. Pirrotti passerà dalle strutture dell'uomo vecchio a quelle di Dio. Trasformerà le energie intime in amore e le utilizzerà a servizio della fraternità.
            Ad Ortona, dove veniva fondato un Collegio di Scolopi, Padre Pompilio, maestro di scuola per il Seminario, dava al suo insegnamento un'impostazione nuova che esigeva la continua assistenza dei giovani aspiranti al sacerdozio.
            La città era retta dai Borbone, fin dal 1732, che vigilavano molto sul clero. Compito ingrato spettava al Pirrotti, vicerettore. Il contatto coi genitori e parenti dei poveri lo avvicinava ai figli di contadini, modesti artigiani, bisognosi per la retta, la biancheria, gli abiti, testi scolastici. Bisognava picchiare alle porte blasonate. Egli stesso andava questuando il grano con la sacca.
            La mancanza di sano nutrimento rendeva gli alunni nervosi, indisciplinati e non leali. Egli precisa queste condizioni nella lettera-relazione al Padre generale, il 21 agosto 1739.
Ad Ortona, il Pirrotti era diventato un personaggio di primaria importanza. Si ricorreva a lui e la sua disponibilità non aveva confini.
            Si ricorda che: stava in ginocchio insegnando e disciplinando li suoi studenti.. da circa tré anni, sempre in ginocchioni spiegava libri e dettava latini... ed insegnava tutte le scienze... e non lasciava di predicare, confermare, raccomandare anime... .

Era stimato e onorato per gran servo di Dio e letterato e, nello stesso concetto, era tenuto dal Vescovo Amalfetani della predetta Città"
(dice Don Marcantonio). ... Non mangiava in refettorio, si bene nella stanza si cibava di pane nero, muffito e di povere mele selvagge, pizze di grano d'India, per così contenere il suo corpo a cui aggiungeva dure e lunghe discipline.
     Ravvolto in un mantello, sulla nuda terra, egli cedeva al sonno per poche ore. Poi alternava lo studio alle preghiere e stendeva su carta le risposte di cui era stato richiesto. Il Di Annibale ebbe la certezza che lo Scolopio avesse il dono della profezia. E si va delineando, per tal via, la figura del futuro Santo.
            A poco a poco, la sua cattedra di educatore va acquistando un metro grandioso: chiese, oratori, cattedrali, e piazze sono il suo pulpito, per la sua figura emaciata e raccolta, lo sguardo cristallino, la voce pacata e calda. Ma una rievangelizzazione richiede l'autorizzazione pontifìcia di Missionario Apostolico. 
             La chiese a Papa Benedetto XIV, che non gli risponderà mai. Tuttavia, non rinuncerà alla sua missione. E, per non resistere al Signore, diventerà un religioso  sorvegliato, amareggiato e perseguitato. Dall'inizio dell'anno scolastico 1742, è a Lanciano. È un momento essenziale nella sua vita e determina le future tappe della sua esistenza. Attende anche alla direzione spirituale della Congregazione della Morte e Orazione, un'accolta di fedeli appartenenti al ceto dei Nobili e dei Magnifici della città. In questo incarico, poteva esercitare un'influenza profonda, tanto più che ormai era punto di riferimento per molti. Inaspettata, il 31 marzo 1744, riceve l'obbedienza per Napoli.             La Guerra di successione austriaca che, per tanti anni, provocò lo scorazzamento degli eserciti anche in Abruzzo, la salute percossa e gli incarichi di predicazione, procrastinarono il viaggio. Ma che a Lanciano qualcosa non andasse, egli lo avvertiva.
            Il clero diocesano sentiva mortificazione e rimprovero nel suo atteggiamento, vedendolo come pietra di paragone. La comunità scolopica era turbata dalle Messe affollatissime, dal confessionale e dal parlatorio assiepati, parlatorio, dal capezzale dei moribondi, a cui era continuamente chiamato.
            Il 5 novembre, P. Manconi ingiungeva a P. Calò, il Provinciale: Stimerei ben fatto che V.R., con qualche prudente mezzo termine, allontanasse dalla Diocesi di Chieti e Lanciano il P. Pompilio, nelle quali intendo che gli sia sospesa la facoltà di predicare. E fu un colpo terribile per lui.
          La Congregazione Generale, per prudenza, il 21 luglio 1747, deliberò l'immediato allontanamento da Lanciano e la sua destinazione a Napoli.

 12 anni a Napoli.
            Colpito da una tempesta di avversità, in tanta amarezza, certamente egli guardava al Maestro. Il 24 ottobre 1747, da Napoli, fra l'altro, scriveva al giovane studente Ignazio Napolitano: ... pensate, figlio, che persecuzione sta in piedi per me, e con quali battaglie io mi trovo.. lo vorrei andarmene dove di me non se ne potesse saper più nuova: che si può sperare mai da un mondo dove signoreggia la menzogna?.. Egli sarà l'apostolo degli ultimi. Erano in tanti! E si sentiva impegnato a restituire ai poveri la dignità e la coscienza ai ricchi. La miseria e la fame erano divenute croniche, endemiche, in Occidente, specie dal sec. XVI al XVIII. Una catastrofe tellurica, nei primi mesi del 1731 aveva sconvolto la Basilicata, Puglia, Calabria, con danni incalcolabili e interi paesi distrutti. A Melfi precedentemente, si era dedicato ai poveri. Li incontrerà ancora nel 1764, a Napoli, invasa da febbre tifoidea, mentre nel pauperismo aumentano gli straccioni (v. uomini di pane bianco e di pane nero). Ed aveva già predicato, a Francavilla, quattro volte al giorno, per fasce sociali. A Pescara, forse per la prima volta, apparve vestito da missionario, col bordone, la pellegrina tempestata di chiocciole, nell'aspetto di penitente.
            Sempre il popolo accorreva. Lo seguiva in processione anche di notte, i lumi accesi e le candele. É nota la sua corrispondenza coi figli spirituali. Stendeva schemi di predicazione, formulava piani per i nuovi impegni. La sua salute, intanto, vacillava. Ed i religiosi di Lanciano lo chiamavano il semplicetto perché tanto gli veniva dato e tanto distribuiva ai poveri. Era ritenuto l'Apostolo degli Abruzzi. 
            A Tornareccio, il 12 febbraio 1747, la sua predicazione raggiunse un momento di grande commozione. Era il giovedì santo. Si legge nei processi di beatificazione che egli, terminate le sacre funzioni antimeridiane: con una croce di legno, pesante sulle spalle, corona di spine sul capo, a piedi nudi, nelle gambe postesi due forge di ferro e con dette due catene trascinandole in compagnia di alcuni altri ecclesiastici di quel Comune... sicché fece un viaggio di tal forma di penitenze per cammino disopra a sette miglia, e per strade di campagna spinose, molto sassose e di salite... . Queste manifestazioni, in uso nel sec. XVIII, saranno proibite nella riforma liturgica promossa da Benedetto XIV, come tutto ciò che aveva dello scenografico e del fanatismo.
            Anche questa volta, il suo fu un allontanamento duro e forte. Dopo ben cinque anni, in una lettera il Vicario Generale scriveva che il Religioso doveva riprendere la vita regolare del chiostro, fare scuola, non attendere al confessionale, alla predicazione, perché privo contemporaneamente della facoltà… era un esiliato posto sotto controllo, un povero sacerdote limitato nelle sue funzioni presbiterali. Nel 1734, Napoli era Capitale di un Regno indipendente, con Carlo III di Borbone, riconosciuto Re di Sicilia. La città godeva di un felice momento, nonostante i secolari problemi che le intuizioni degli illuministi e le riforme attuate non riuscivano a risolvere. La città più popolosa della penisola nascondeva miserie profonde. Lazzaroni e fanciulli coperti di stracci affollavano i vicoli, ove si vivevano di profonde vergogne morali e ladrocinii. I preti regolari, i cosiddetti cappelloni napoletani, erano in gran numero. Era il tempo della cipria e della ghigliottina, tra cicisbei e terroristi. Il nuovo Arcivescovo, Mons. Antonio Ludovico Antinori, preoccupato, cercava di eliminare ogni contatto del Padre Pirrotti con la gente del popolo.
            Egli vedeva aliene da ortodossia certe manifestazioni pietistiche dell'azione missionaria di ampio respiro, portata avanti dallo Scolopio, nel superamento dei giansenismo, accolto dai ceti agiati, che si sentivano più nobili nel professare una dottrina severa. Anche Alfonso de' Liguori, negli stessi anni, faceva di Napoli il suo centro missionario. Ma egli aveva l'immediatezza di un oratore del '400. Si rivolgeva al popolo particolarmente, al quale nessuno più parlava. Non la nobiltà, nè il clero. E scriveva a Don Ignazio, il 24 agosto, da Napoli: ... figlio mio, mi trovo sopra la Croce….
            Passa a Santa Maria di Caravaggio, in un ampio Collegio. Fino al 1749, mantiene corrispondenza coi suoi figli spirituali. Ammalati e moribondi lo invocavano ed egli volle un'umile cella presso il portone per rispondere alle loro chiamate. Camminava per Napoli di notte. Riceveva offerte. Viene nominato assistente provinciale. La serietà delle sue azioni lo rende esigente, scomodo, non simpatico. Intorno a lui si raccoglie una larga schiera di devoti.
            Nella visione generale di Padre Pompilio Pirrotti, i cattolici non possono restare nel cerchio della loro individualità. Devono calarsi nell'umanità di cui sono parte ed usare la parola, dono di Dio, per indicare agli uomini la Via, la Verità, la Vita. La società ne aveva bisogno. A Napoli, in particolare, era dato ormai d'incontrare atteggiamenti laicisti, posizioni morali soggettivistiche, uomini protesi a fare di se stessi un idolo, per cultura, ricchezza, censo.
            Nel 1754 era stata fondata la Congregazione della Carità di Dio, con sede al Caravaggio, frequentata da artigiani e da persone di ogni ceto. Dettandone le regole, le assegnò come scopo: 1° procurare a dar continuo suffragio alle anime del Purgatorio…; 2° accudire i cadaveri seppellendoli e accomodandoli nella sepoltura, ed accudendo i poveri morti, come potranno. 3° dare buoni esempi al prossimo con la Carità, visitando infermi, sollevando afflitti e ristorando i carcerati e dando soccorso all’anima e corpo del prossimo secondo le occasioni. Innumerevoli sono stati gli episodi legati a questa spiritualità come l’impegno nel suffragio dei defunti: Padre Pompilio spesso conduceva i Congregati della Confraternita nel “cimitero” della chiesa di S. Maria del Suffragio e, portandoli in giro, li invitava a pregare per i trapassati. Ma che cosa avveniva spesso? Passando davanti alcuni teschi il Santo esclamava: “Oh, questo in verità ha bisogno!” In così dire cavava di tasca un taralluccio o una fettina di pane e la poneva tra i denti del teschio. Quando i presenti, rifacendo il cammino, ripassavano per quello stesso punto, constatavano che il taralluccio o il pezzo di pane era sparito. Il fatto straordinario aveva un suo profondo significato. Quelle anime avevano davvero un grande bisogno di suffragio, e facendo scomparire quel piccolo dono. Intendevano mostrare il loro alto gradimento per i suffragio che venivano innalzati a Dio per loro.

           
Padre Pirrotti, padre spirituale della Compagnia, era buon amministratore. Ma presto insorsero difficoltà in sede. Ne fu creata un'altra nel vicolo dedicato alla Regina del Paradiso. L'affluenza di persone d'ogni condizione, avanzi di galera, malfamati, richiamò l'attenzione delle autorità religiose e secolari. La Compagnia fu vista come prodotto di superstizione, fanatismo, ignoranza teologica, lassismo.
            Il 29 maggio 1754, la provincia scolopica di Napoli era stata divisa tra Campania e Puglia.
            Padre Pompilio si rifiutò, per allora, di seguire il Padre Provinciale di Puglia, Gian Francesco De Nobili che lo invitava ad andare con lui. In sostanza, tre persone, P. Antonio Andrizzi, Rettore della Casa di Caravaggio, il P. Provinciale Anastasio De Caro, noto per l'estrema rigidità e il Cardinale Antonio Sersale, con il ministro Tanucci, come è stato detto, riuscirono a fare di P. Pompilio un esiliato
          Il religioso, oberato d'impegni, solo in parte osservava la vita comunitaria. Non rifiutava mai la sua disponibilità. Non conosceva orari ne regole. Le accuse presero consistenza. Questo religioso, seguito con passione da tanti diseredati, avrebbe potuto fomentare, sotto l'aspetto religioso, delle sommosse e, particolarmente, in una città dove il pane quotidiano era una meta irraggiungibile. Gli stessi confratelli ne erano infastiditi.
            Il Preposto generale, Odoardo Corsini, dette ordini perentori per limitare le spiacevoli azioni del Padre, per evitare che fosse oggetto di derisione per la gente.
            Il Cardinale Arcivescovo ottiene, infine, dal Governo, il decreto di espulsione dal Regno, per Padre Pompilio. Partì al buio della sera. All'alba, con la bisaccia e la sporta, si mise in cammino per Chieti. Il cuore gli sanguinava. Il P. Generale Corsini aveva scritto al P. Valentini che lo accolse con cuore fraterno: ... lo esenti adesso da ogni pubblico ufficio di confessare e di predicare, tanto in chiesa nostra, quanto altrove... .
            Padre Pompilio venne escluso dal Regno, nonostante le richieste dei Napoletani. Mai più Padre Pirrotti sarebbe tornato in quella città, dove per dodici anni era stato crocifisso in nome della carità.

 I bei, bellissimi scherzi dello Sposo Gesù.
            Da Chieti, dove si era già acquistato fama di Santo, passa ad Ancona (26 maggio 1759). Giungevano alla casa scolopica tante carrozze di visitatori da Lanciano, Ortona, Francavilla, Pescara, Castellammare, Penne. Alla sua partenza da Chieti ci fu gran ressa di folla. Ad Ancona, nel Collegio di S. Giuseppe, egli veniva a far pane della provincia romana. Il 23 settembre 1759, a Lugo di Romagna, partecipa della nuova famiglia religiosa.
            Nella zona, viene richiesto un po' dovunque come predicatore: Il Signore mi vuole in queste incombenze, ma io non ci fatico: esso agisce, esso opera, io sono una misera voce. Scrive a fratel Pietro: Io mi trovo in questa povera parrocchia con una nuova Fondazione del nostro povero abito, mal veduto in queste parti, onde col bel garbo, con la pazienza, con la prudente carità…, ...l'è gente romagnola assai perversa… ...ha bisogno di coltivo, essendo rozza, ma l'è gente avara e stirata….
            La difficoltà veniva soprattutto dalla presenza di un clero secolare numeroso, di quattro affollati Conventi: Domenicani, Conventuali, Carmelitani, Cappuccini e Congregazioni femminili.       Iniziarono presto le maggiori persecuzioni. Era accaduta intanto una cosa dolorosa. Padre Pompilio era diventato l'unico punto di riferimento dei fedeli di Lugo col fascino della disponibilità, bel garbo, carità.
            Un Padre Domenicano, contrario ai metodi di Padre Pompilio, per espressioni e atteggiamenti a profezia, chiedeva che fosse moderato dai superiori, perché era materia di Sant'Uffìzio. Tra gli scritti del Pirrotti ve ne è uno intitolato Vita del solitario. Non è datato.
            E' dettato dal desiderio della vita eremitica: Entrando nella stanza della solitudine, si ricordi il Solitario che entra nel Paradiso. La solitudine e un Paradiso in terra. Egli è ormai un religioso chiacchierato. E questo fa parte, secondo Padre Pompilio, dei belli, bellissimi scherzi dello Sposo Gesù.

           
Nell'agosto 1762, ancora ad Ancona, stava malissimo: non dico di non patire, ma di non patire tanto… . La battaglia con se stesso non è stata mai facile, ma alla fine egli ha vinto.
            Si diresse a Manfredonia, che faceva parte del Regno, giuntovi (1 febbraio 1763) si vide sostituito, con grande meraviglia della città e dell'Arcivescovo. Il suo fisico ebbe un crollo spaventoso: convulsioni, febbri, attacchi improvvisi di epilessia. Tornando sollecitamente ad Ancona, non per la via di Fano, ma per quella di Loreto, il passaggio per Colfiorito fu orrido essendo vivo per miracolo, non so come io sia uscito vivo in mezzo ai morti, mortomisi il vetturino colle bestie, e morti gli altri, io uscito vivo senza saper come. Vivo, ma prima vo di tutto, le vesti stracciate, accattando un tozzo di pane. La Contessa Barbara Bertazzi lo aiuta. Ad Ancona ebbe l'ufficio della sacristia, di maestro saltuario e trattenuto in casa. Magro, pallidissimo, con gli occhi penetranti e luminosi, spirava santità da quel suo fisico tenue come un'ombra.
            Il divino traspariva da lui, in particolare, durante la celebrazione della Messa. Dopo la consacrazione, il suo volto era trasfigurato. Frequenti lacrime lasciavano intravedere che in quei momenti era in diretto contatto con l'Ostia Santa che stringeva fra le mani.
            Sempre inginocchiato presso l'altare, nelle ore notturne si prostrava totalmente a terra e pregava. Presenza continua era la Mamma Bella.
            Scrive il 9 febbraio 1764 ... io mi trovo in croce, ma vorrei esserci lieto. A fratel Pietro ... vi scrivo da povero sacerdote del nostro Ordine, che mi fa piangere sempre più, e predico tacendo, e predico singhiozzando, girando con le lacrime i padiglioni delle Scuole Pie....             In questo ritorno anconetano, libero da ogni servizio esterno, può vivere appieno la Regola.             Datata all’ 11 agosto 1764, è un'ingiunzione del Generale dell'Ordine. Il Rettore impallidì. Doveva intimare a P. Pompilio che per ordine supremo di Roma si astenga fino a nuova permissione dal confessare, predicare e dalle direzioni spirituali.

           
Per i Domenicani di Lugo: ...io gli venerava, io gli stimava, e questi in odio all'abito mi han voluto tacciare di ipocrisia… mi han tacciato di proposizioni da loro malamente apprese, ma da me bene intese… Ed ecco che la Curia Generalizia interviene prontamente presso il Sant'Uffizio.

 Arrivo a Campi Salentina.
            E, da Ancona, venne trasferito a Campi Salentina, ove gli Scolopi si trovavano fin dal 6 novembre 1628, a dieci miglia da Lecce.
            Il 15 aprile 1765 è in viaggio: un lungo cammino improntato di preghiere, penitenze, dedizione. Si dice contento di tornare in Puglia.

… tanto per quella povera bambola Provincia di Puglia….Tremo io delli Leccesi, perché li poverelli son di naturale caldo bilioso, puntiglioso, capriccioso, io li compatisco…
Aveva una visione realistica della situazione.
            Il trasferimento va dal 15 aprile 1765 al 12 luglio successivo. Egli scrisse un diario-taccuino di viaggio. Vide tanti luoghi di passaggio, tanti devoti.
            Nel cammino rivede tanti luoghi e persone che in altri tempi erano stati testimoni della sua santità. Passa anche per Montecalvo  dove celebrerà le feste del Corpus Domini e del Sacro Cuore. Parla per l’ultima volta ai suoi compaesani illustrando la parabola della pecorella smarrita, nella chiesa di S. Gaetano, e al momento di ripartire saluterà i suoi concittadini con un Arrivederci in Paradiso.  Poi è il profondo Salento, tormentato da una durissima carestia, che offrirà al Santo, nell’ultimo anno di vita, l’opportunità di moltiplicare i miracoli di carità a favore di tanti affamati, specialmente bambini. A Campi, l'accoglienza fu fredda, circospetta. Scrive a frate Pietro: …che le posso dire del Collegio? Non ci è ne capo ne coda: musi di tre palmi,…facce orrende. Non ci è concordia. Non ci è affratellamento religioso. Cervelli torbidissimi. Poco timor di Dio.. Non c'è la ..discrezione paterna. Per niente, si provocavano risse. E troppe questioni erano affidate a P. Pompilio. Nonostante la proibizione del Sant'Uffizio, egli fu nominato superiore alla casa di Campi: ... io trovo un chaos… e parlerò io, come parlai venerdì 23 del corrente (agosto 1765) e me ne stiedi in ginocchio e i Padri a sedere….

           
Il periodo del Rettorato di P. Pirrotti coincide con la scarsità di raccolta e con la conseguente carestia che imperversò in tutto il meridione, ma ancor più nella provincia di Lecce. Ma egli aveva figli spirituali fra i cittadini più ricchi. Le provviste erano inesauribili. Il 1 gennaio 1766, nella chiesa di Campi Salentina, viene eretta solennemente la Via Crucis. Egli ne scrisse di proprio pugno il ricordo.
            Con questa devozione, si collega a S. Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) che aveva educato il popolo alla devozione del Sacro Cuore e della Passione che concretizzò con l'esercizio delle tre ore di agonia e con la Via Crucis che acquistò, grazie a lui, maggior seguito. Il Pirrotti comprese qual risveglio di fede e richiamo fosse la Via della Croce. Ogni mattina, la premetteva alla celebrazione della S. Messa. S. Giuseppe Calasanzio aveva definito la croce Santo legno per mezzo del quale il mondo è stato a me crocifisso, io al mondo… poi che la sua unica scienza, per lui, era il Crocifisso.
            Gli Scolopi indirizzarono alla devozione della Croce i loro alunni, i figli spirituali e se ne fecero propagatori.
            S. Pompilio ha una posizione di privilegio nell'affermazione di questa pia pratica che assunse in particolare, nel sec. XVIII, un punto preminente della pietà popolare.
            La Via Crucis di San Pompilio è un atto di conversione. E, all'inizio, fu destinata ad umili devoti, in gran parte analfabeti.
           Il 9 gennaio 1766, P. Pirrotti fece domanda al Santo Padre Clemente XIII dell'Altare privilegiato personale per propria devozione e per maggiormente suffragare i fedeli defunti. Gli venne accordato. E la Messa del Padre Santo fu sempre un punto di riferimento e d'incontro per tanti fedeli. Assistere alla Messa di Padre Pompilio, era scuola di santità.
            Fu confermato Rettore di Campi Salentina, ormai Casa di noviziato. A Turi, nel Capitolo Provvisorio, tenuto il 13 marzo 1766, fu eletto Assistente Provinciale, confessore, archivista, custode delle chiavi dei depositi, addetto a predicare ed a tenere quaresimali.
            Da tutti, era ritenuto religioso dotto e santo. E ottimo amministratore. Egli era un maestro di noviziato modernissimo. Immetteva gli aspiranti Scolopi nell'apostolato, invece di chiuderli in solitudine, fino alla formazione. Li vuole all'esterno, gioiosi e signorili.
            I novizi sono ormai quattro. Bisogna tirare avanti, con le spese continue, senza nessun introito, pregare gli amici.
            Accettò di predicare un corso di Esercizi nel Monastero di S. Chiara, in Lecce. Dedicò la prima predica alla solitudine. Teneva per guida gli "Esercizi spirituali" di S. Ignazio di Loyola, adattati alle claustrali. 

Il suo tramonto
            Egli era ormai, un benemerito. Stava per dire addio alla terra. E venne per lui quel benedetto, desideratissimo giorno. Ne ebbe il presentimento e fu felice di essere al termine della corsa.
            La visione del Cielo gli e particolarmente presente, in questi giorni. Una febbre continua lo accompagna. Siede in confessionale tutte le mattine, sostando solo per distribuire la Santa Comunione.
             Non assaggia cibo ne a pranzo ne a cena, ma partecipa alla mensa comune. Fa la lettura.
            In camera, non indulge al riposo. E molta corrispondenza resterà inevasa. Lo coglie, improvviso, uno svenimento. Si siede. Non vuole sdraiarsi al pagliericcio. Ha in mano la Protesta della Morte che aveva scritto per proprio uso. Ormai, è prossimo per lui il passaggio dal tempo all'eternità.    Se tutta la vita è un combattimento, in vicinanza della morte, questo si inasprisce. Forse conobbe l'Apparecchiamento alla morte di Alfonso Maria de' Liguori. Infatti, nel suo scritto, non mancano elementi liguoriani.
            Scese in chiesa, ricevette la S. Comunione, poi, in cella, si sedette in attesa della morte.
            Gli fu amministrato il viatico. In chiesa, una gran folla pregava. Al tramonto del sole del 15 luglio 1766, quando le campane annunciavano già i primi vespri della Madonna del Carmine, rese l’anima al Creatore, assiso su di una cassa, come in una soavissima estasi. Tutti gridavano che era morto un Santo. Sembrava dormire.
            Tutti volevano reliquie. Il cadavere fu inumato di notte, in una parete del la Cappella di Sant'Antonio. A voce di popolo, fu dichiarato Santo. Nella riproduzione della tela che il pittore C. Ingrosso fece al morente, si notano sofferenza e serenità.
            Alla meglio che si poté, si calmò la moltitudine Si divulgò subito la fama dei miracoli ottenuti per sua intercessione. L’ammirazione divenne, ben presto, devozione. Nel 1835, si apre il Processo di canonizzazione.
            Papa Leone XIII, che da giovane Legato Pontificio a Benevento aveva aperto in Montecalvo i processi canonici, ebbe la consolazione di approvare, il 17 novembre 1878, il Decreto sull'eroicità delle virtù del Servo di Dio, dichiarandolo Venerabile e, poi Beato, il 26 gennaio 1890, elevadolo così alla gloria degli altari.
            La devozione del novello Beato, oltre che nel meridione, si andava diffondendo attraverso i figli del Calasanzio, nel mondo. Pio XI, il 19 marzo 1934, procedeva alla canonizzazione del Beato Pirrotti. La solenne sentenza è pronunziata. Il Papa intona il Te Deum.
            È possibile restituire a san Pompilio M. Pirrotti, per tal via, il suo posto nella storia della spiritualità del sec. XVIII, e in quella della pedagogia, come ministro della Parola di Dio, come formatore di cristiani impegnati.

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