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Nel febbraio 1838, il ventottenne sacerdote Gioacchino Pecci, poi Papa Leone XIII, venne destinato a governare come Delegato Apostolico Benevento, territorio dello Stato Pontificio. L'anno successo dovette recarsi a Montecalvo Irpino), appartenente alla medesima Arcidiocesi, per una tappa importante: l'apertura del processo di beatificazione dello scolopio p. Pompilio M. Pirrotti li nato il 29 settembre 1710 morto a Campi Salentina il 15 luglio 1766 dopo una vita esemplare di virtù eroiche e di apostolato.
L'Arcivescovo di Benevento il Cardinale Giovanni Battista Bussi aveva avuto l’incarico di compiere il processo per la causa di beatificazione di questo Servo Dio, che a Roma il 17 novembre 1878 ebbe il decreto sul grado eroico delle virtù e il 15 settembre 1889 l’approvazione dei due miracoli per essere beatificato da Leone XIII il 26 gennaio 1890.
Da Benevento Gioacchino Pecci si recò a Montecalvo per la migliore conoscenza della reale identità di fede profonda vissuta dal Pirrotti e ottenere chiare e convincenti testimonianze per la valorizzazione della sua santità.
La sua visita fu ben più di una semplice indagine, per aver risvegliato il suo estro poetico in alcuni distici latini intitolati: “Noster in Montem Calvum adventus”, “Patronus suae gentis”, “In familiares Pompili” e “Pompili sanctitas”. A ricordo del soggiorno i testi poetici incisi con
tecnica di antica memoria pregnanti di significati evidenziano la perizia espressiva di ispirazione classica e anche l'effetto di una particolare forma di amore per Montecalvo tanto che da Papa Leone XIII ricordò in un suo discorso le “soavi memorie che da Quaranta e più anni ci legano a questo Ven. Servo di Dio” e sulla facciata del palazzo Pirrotti, a Montecalvo due lapidi li tramandavano e furono disrrutte poi dalla catastrofe sismica del 1980.
Il 29 dicembre 1898, il pronipote omonimo Mons. Pompilio Pirrotti, parroco e vicario foraneo di Montecalvo, si rese promotore di una petizione umile e fiduciosa a Leone XIII per avere il testo dei distici. La richiesta non fu priva di risposta e 1'8 maggio 1899 il Papa faceva pervenire i suoi versi latini sottoscritti con firma autografa tramite il suo segretario Mons. Rinaldo Angeli.
I distici latini furono tradotti in italiano dallo scolopio p. Mauro Ricci.
L’Arcivescovo di Benevento, il Cardinale Donato M. Dell’Olio il 21 maggio 1899 commentava il dono Pontificio scrivendo a Mons. Pirrotti: “I distici che Leone XIII le ha mandati, eleganti come tutti gli altri usciti dalla sua aurea penna, belli come la bellezza dell’ingegno, che con il trascorrere del tempo con perde il vigore della giovinezza, sono anche una sublime dimostrazione dei suoi sentimenti, Ad ogni parola, starei per dire ad ogni tratto di penna, si descrive in questi versi come uno sprazzo di luce, nel quale ugualmente risplendono le figure del Beato e quella del suo laudatore. Il cuore e la mente di Leone XIII si manifestano come in un libro nel quale agli occhi di chi attentamente legge quei versi, si apre una storia di più che mezzo secolo di affetto, di pace e di predilezioni”. In tal modo per il fruttuoso esito dell’istanza si realizzo uno dei più grandi desideri di Mons. Pompilio Pirrotti tramutato in forma di arricchimento comunitario e senza dubbio nella sua logica vi fu un momento di commozione accompagnata dalla fede profonda verso il suo antenato.
9 luglio 2003

La poetica testimonianza di Leone XIII sullo scolopio Pompilio M. Pirrotti
di Mons. Salvatore Moffa
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