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11 luglio 2015  
Inizio del Triduo di San Pompilio a Campi Salentina
Santuario San Pompilio
Liturgia di San Benedetto, patrono d'Europa
(Pro 2,1-9; Salmo 33; Mt 19,27-29)

"Chiunque avrà lasciato case, o fratelli,o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna"

Considero una grazia e un dono di Dio, poter vivere questa preparazione spirituale alla festa di San Pompilio del 15 luglio insieme con tutti voi, carissimi campioni.
Mi sono chiesto: "Come posso essere utile alla comunità di Campi?".
Sono qui soprattutto perché da 16 anni ho la grazia di Dio di essere parroco di Montecalvo, paese natale del nostro comune santo. In questi tre giorni vorrei rileggere insieme a voi la figura di San Pompilio, mettendo in risalto soprattutto la sua personalità e spiritualità, approfondendo ciò che sappiamo di lui, di come ha vissuto i suoi primi 16 anni,  i suoi anni giovanili, tra le mura della casa paterna, e delle sporadiche presenze nel suo paese d'origine; cioè parlare del San Pompilio che scopre a sedici anni di essere fatto per il Cielo; il San Pompilio impegnato nella sua formazione culturale e spirituale;
Quindi voglio offrirvi senza pretese, quello che per me ha significato e tutt'ora rappresenta San Pompilio. Scrivevo nella presentazione al libro "Crisci santo": "che ho potuto in questi anni accostarmi a San Pompilio da un osservatorio privilegiato, perché il centro storico di Montecalvo, può essere considerato, ancora oggi, un grande reliquiario a cielo aperto, dove i luoghi, le pietre, i vicoli rimasti, parlano ancora di lui e dove i tanti riferimenti storici possono essere collocati e ricostruiti facilmente senza troppa immaginazione".

San Pompilio materialmente stette poco nella sua terra natale. Vi trascorse l'infanzia e la prima giovinezza, fino all'età di 16 anni. Secondo le biografia ritornerà almeno tre volte.
● La prima volta nel 1730 a 20 anni, per motivi di salute durante gli studi di filosofia e teologia, proveniva da Chieti e dopo la permanenza a Montecalvo andrà a Melfi;
● La seconda nel 1747 quando aveva 37 anni, per il suo allondamento dal Regno di Napoli: "E così, Michele mio caro, quando io fui in Montecalvo, per avermi dovuto inoltrare nella Romagna, e passare in Ravenna, per affari della Religione...". (CPM XXII, pag. 105).
● La terza volta nel 1755 durante il suo lungo e ultimo viaggio che lo porterà a Campi Salentina.

Il suo ministero anche se lo portò a girare l'Italia, non gli farà dimenticare mai di essere Montecalvese. Conserverà sempre, per tutta la vita un fortissimo legame con la sua terra d'origine, e ricorderà spesso nelle sue lettere eventi, circostanze e persone, le cui esperienze erano state forti durante tutta la sua infanzia e giovinezza.
Come a questo punto non ricordare la celeberrima frase, che oggi campeggia sulla facciata del suo Palazzo: "Se io tanto lontano sto con il corpo dal paese, mi raggiro però con il pensiero tra le muraglia della casa paterna e baciandole con affetto ringrazio Dio e prego per i trapassati e prego per i viventi. (CPM X, pag. 49).
E l'altra del 23 agosto del 1734 dove tra l'altro dice: né mi dimentico della casa e dei parenti nostri, tanto vivi, quando morti. Nessuno dei miei penserà tanto a me, quanto io penso a ciascuno di loro quotidianamente e li raccomando a Dio. (CPM XI, pag. 57).
Le due famiglie d'origine, i Pirrotti e i Bozzuti erano famiglie Montecalvesi di antichissima data. Entrambe dimoravano a Montecalvo dalla fine del 1400.
Per dirla con le parole di padre Samuele Isabelli, frate minore francescano e storico Montecalvese del 1700: "per raccontar prolissamente lo splendore, le distinzioni e gli onori di questa famiglia vi vorrebbero volumi".

Tra gli avi di San Pompilio troviamo
● Cardinale Annibale Bozzuti (1521-1565), vescovo di Avignone;
● Il Vescovo Pompilio Pirrotti, Vescovo di Cittaducale e Guardialfiera.
● Entrambe le famiglie possono vantare: giuristi, cavalieri, ecclesiastici e militari in carriera, ecc.

La liturgia del giorno, dedicata a San Benedetto, con le sue splendide letture, tratte dal Libro della Sapienza e dal passo evangelico di San Matteo, dedicato alla sequela Christi, mi sembrano uno sprono in questo senso.

Quando si leggono queste parole: "Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e vivrà in eredità la vita eterna". Come non immaginare quello che è accaduto nel Palazzo Pirrotti in Montecalvo in quella notte del 16 maggio 1726, quando il giovane Domenico Pirrotti, dopo aver scritto quell'appassionato biglietto ai suoi genitori, prende il cavallo, già preparato nella stalla, e scappa verso Benevento per entrare nella Casa degli Scolopi.
Questa chiamata-invito di Gesù, al capitolo 19, 29 del Vangelo di Matteo, segue il dialogo tra Gesù e il Giovane ricco. Al giovane interlocutore Gesù propone il massimo della felicità: "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!".
"Se vuoi essere perfetto" dice Gesù, "vendi quello che hai, poi vieni e seguimi".
Il giovane del Vangelo volendo trattenere le sue molte ricchezze, andò via più povero: perse la gioia che avrebbe dato il gusto della vita.
Per questo il giovane Domenico: scrive al padre nel cosiddetto biglietto della fuga: "nel Vangelo c'è scritto che se i genitori si pongono sulla soglia di casa per impedire al figlio di seguire il Signore, lui li può calpestare senza commettere peccato".
Come il giovane del Vangelo, anche Domenico è ricco, appartiene ad una famiglia aristocratica, non ha problemi finanziari, ma gli manca qualcosa. Attraverso il Padre Spirituale, il Lettore del vicino convento di Santa Caterina, nelle sue letture, nelle sue preghiere, chiede al Signore di illuminarlo.
È quello che capiamo dalle parole scritte al Padre Spirituale: "Credetemi pure, Reverendo Padre, tanta è la mia afflizione, che io ero disposto a fuggire e, ad abbandonare i miei Genitori, i miei beni, possessioni, è tutto ciò che dai miei si possiede, per servire Dio, perché come dice e lasciò scritto il nostro Redentore Gesù: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (CPM I, pag. 7).
È come se chiedesse continuamente a Gesù, proprio come il giovane ricco del Vangelo: "Maestro, cosa devo fare per avere la Vita eterna?".
Sarebbe, però un errore ritenere che Domenico abbia lasciato i genitori, i fratelli, la casa tutta ed il paese con leggerezza e senza dolore. Lo fece con decisione, è vero, ma solo per seguire la sua vocazione. ... Non stimerete per mancanza alcuna - scrive ai genitori in occasione della fuga da casa, - la mia fuga senza la vostra licenza, imperocche' nell'evangelo è scritto che se il padre si ponesse sopra la soglia della porta per impedire al figlio a fuggirsene per servire Dio, può senza alcun peccato calpestarlo, e fuggire al servizio di Dio.
Gesù risponde al giovane del Vangelo, dopo averlo guardato negli occhi, "osserva i comandamenti".
Al giovane non sono bastate quelle parole, voleva di più, come a Domenico non basta andare a Messa, recitare il Rosario, radunare i bambini per dettare loro le prime nozione di catechismo, voleva di Più.
Gesù, anche se in epoche diverse, ad entrambi di essere: allora "va, vendi quello che ha, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi".
Il giovane del Vangelo andò via triste, perché aveva molti beni dice il Vangelo. Domenico, dinanzi alle rassicurazioni e all'appoggio del padre spirituale nelle quali vede Gesù stesso che lo chiama, gioisce: fu tanta e tale la mia suddetta allegrezza, che per tutta quella mattina io attesi a dir salmi ed orazioni, per ringraziare la divina Bontà di si' gran beneficio.
L'invito del Vangelo è inquietante (lasciare tutto e tutti) ma, di fatto è la condizione per seguirlo, la misura (prova) d'amore per Lui. Il segreto di poter amare tutti, senza più nessun legame possessivo.

Infine non possiamo comprendere in pieno la scelta vocazionale senza tener conto di quello che Domenico visse a 9 anni.
Un evento che segnò per sempre la vita di Domenico: la morte del fratello più grande di lui di nome Pompilio morto a 18 anni quando era seminarista a Benevento.
Già altri due fratelli si erano fatti religiosi, Francesco (fra Giuseppe) entrato nell'ordinaefrancescano dei minori e Bartolomeo (fra Raffaele) entrato nell'ordine dei Domenicani.
Poi c'era Pompilio, nato il 28 febbraio 1701. Appena entrato nel seminario di Benevento, si ammalò gravemente il 14 febbraio 1719, all'età di 18 anni (Domenico ne aveva 9 anni), e il 22 dello stesso mese mori nella sua casa a Montecalvo.
Domenico dovette assistere a tutte le pietose incompenze del caso; l'agonia, l'estrema unzione portata all'inferno con tutta solennità, la morte è il solenne funerale.
Se in seguito i superiori gli permisero di scegliere il nome, cosa tra l'altro rarissima, evidentemente è perché i superiori sapevano che cosa aveva significato per il giovane Domenico quella morte.