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Attulità teologica e pastorale di
San Pompilio Maria Pirrotti
nelle quattro lettere ad una famiglia di Lanciano
di Emilia Polidoro
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San Pompilio visse a Lanciano dall’autunno del 1742 al 10 agosto del 1747, ma non in modo fisso. Si spostava nei paesi vicini, Penne, Castellammare, Tornareccio, per predicare la quaresima, gli esercizi spirituali al clero e alle suore o a Loreto per partecipare ad un pellegrinaggio. La sua vita in Abruzzo non fu affatto facile, perché san Pompilio, con la sua vita improntata ad una fede incrollabile, seppe anticipare i segni dei tempi, mentre i mediocri, ripiegandosi sulla loro autoreferenzialità, li ritardano. A Lanciano, non solo si dedicò all’insegnamento, alla questua e al suo ministero sacerdotale, ma stabilì anche dei rapporti di amicizia con diverse famiglie del luogo, amicizia che dette luogo ad una fitta corrispondenza, quando il Santo si allontanò da Lanciano. Scrisse numerose lettere, indirizzate a Domenico Antonio Ferramosca e a Giovanna Napolitano sua moglie, a Giuseppe Ravizza e Domenico suo figlio, alla baronessa Gigliani, oriunda di Agnone, alle famiglie Capretti, Maranga e Germino. Quest’ultima famiglia diventerà padrona del Castello di Sette, situato presso la foce del Sangro, oggi trasformato in luogo di accoglienza. (Supplemento, Roma, 1984 pp. 78 e ss.) Tra le tante lettere, ne ho scelto quattro, pubblicate da padre Serafino Perlangeli nel Fascicolo: “Le 23 lettere di S. Pompilio conservate a Montecalvo, ediz. Montecalvo 2010.” Le lettere sono di un’attualità sconcertante, sia per quanto riguarda il pensiero teologico, sia per il loro significato pastorale. Le prime due, una del 14 ottobre 1747, l’altra senza data, ma presumibilmente scritta intorno allo stesso anno, sono dirette al signor Domenicantonio Ferramosca di Lanciano. Dalla prima lettera emerge con chiarezza che Ferramosca è un figlio spirituale del Santo. Infatti san Pompilio gli dice che se potesse sarebbe disposto a scrivergli tutte le settimane, poi continua con alcune indicazioni, che dovrà perseguire per camminare verso la santità. Gli consiglia il pensiero fisso all’eternità, la fedeltà a Cristo, l’abbandono alla volontà di Dio, attraverso lo sguardo al Crocifisso, la frequenza all’Eucaristia, nonostante molti pensatori del tempo insistessero sulla indegnità umana ad accostarsi a Gesù eucaristia e pertanto rifiutassero del tutto la comunione frequente. Nel centro della lettera, il Santo, dopo aver raccomandato la preghiera e l’unione intima con Dio, fa il punto sulla educazione dei figli. La madre educhi i figli, anche se discoli, con la dolcezza, il padre intervenga con la sua autorevolezza perché progrediscano nella fede. Lo stesso padre si interessi degli affari di famiglia con lungimiranza e carità cristiana. La raccomandazione, ovviamente, vale anche per le relazioni con gli altri componenti della famiglia. I due concetti teologici esposti nella lettera, che ritroviamo nei documenti conciliari e pertanto attualissimi, sono: la vocazione alla santità per tutti i battezzati, considerati come popolo di Dio, (Lumen Gentium, cap. II, 9-17, cap. V, n. 39-42) l’importanza della sacra Scrittura, nella quale, Gesù Cristo, Verbo fatto carne, porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre ( Dei Verbum, cap. I, n. 4, cap. III.) Infine l’espressione che il Santo riserva ai teologi, con un linguaggio tipicamente settecentesco, (Lasciate andare i teologi, chi vuol perdere la coscienza la metta in mano ai teologi) trova qualche corrispondenza con quella usata da papa Francesco. ( Evangelii Gaudium, 133 Faccio appello ai teologi affinché compiano questo servizio come parte della missione salvifica della Chiesa. Ma è necessario che, per tale scopo, abbiano a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia e non si accontentino di una teologia da tavolino). Nella seconda lettera, san Pompilio insiste sulla contemplazione, stadio avanzato dell’unione intima con Dio, e la frequenza ai sacramenti, dimostrando la sua ricca e profonda paternità pastorale.
Le due lettere dirette a Giovanna Napoletani, la n. 125 e la 126, sottolineano tre aspetti della spiritualità, che san Pompilio offre ai suoi figli spirituali, indipendentemente dalla loro appartenenza sociale o di genere: Maria Vergine,  cooperatrice di salvezza con il Figlio, i due grandi attributi di Dio: l’amore e la misericordia. La Lumen Gentium dedica tutto il capitolo VIII, dal n. 52 al 68, alla beata Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa. Insiste sulla particolare unione di Maria con il Figlio nell’opera della Redenzione, sulla sua funzione di madre e modello per la Chiesa, pur nella diversità di culto a lei dovuto. Infatti a Dio, e pertanto a Gesù suo figlio, è dovuto il culto di adorazione, a Maria la venerazione. Nella prima lettera di san Pompilio si nota con chiarezza la visione cristocentrica della storia della salvezza, in un secolo in cui le tentazioni illuministiche, che rifiutavano ogni mediazione tra l’uomo e Dio, erano molto forti. Veniamo infine all’amore e alla misericordia di Dio. Il Settecento, razionalista e giurisdizionalista, aveva relegato Dio fuori dalla ragione e dall’esperienza, perciò aveva riposto la sua felicità solo nel progresso infinito. Parlare di Dio, amore e misericordia, doveva sembrare una follia. Basti pensare ai tanti manuali teologici, dimostrativi dell’esistenza di Dio, per capire quanto san Pompilio anticipasse i secoli.
Il Concilio Vaticano II è tutto permeato dalla misericordia di Dio, che ispira la sua Chiesa ad usare misericordia. In fondo la preghiera ufficiale della Chiesa, che prega con Le Scritture e soprattutto con i Salmi è tutto un inno alla misericordia.  I due grandi concetti dell’amore e della misericordia di Dio ci sono stati regalati soprattutto nella vita vissuta da Santa Faustina Kowalska, attraverso le sue rivelazioni private, e dal suo confessore, il beato Michele Sopoc’ho, che ha riletto la Scrittura alla luce della Divina misericordia. Il Beato subì le due guerre mondiali, riuscendo a mantenersi in equilibrio tra nazismo e comunismo, in un contesto culturale materialista e totalitario. Senza capire la lacerazione culturale e sociale del suo tempo, riesce quasi impossibile comprendere come sia diventato l’apostolo della misericordia. Papa Giovanni Paolo II, poi, con l’enciclica Dives in misericordia, ha consigliato a tutti i cristiani la possibilità di sperimentare l’amore e la misericordia di Dio nella quotidianità. Successivamente, con l’istituzione della festa della misericordia nella seconda domenica di Pasqua, ha reso possibile ad ogni cristiano attingere al tesoro di grazie del Cuore di Gesù misericordioso. E’ abbastanza chiaro che per i santi non conta il secolo in cui vivono, ma l’intensità della fede, capace di contemplare il mistero di Dio, oltre i modelli culturali del proprio tempo. I santi non solo hanno il dono di interpretare i segni dei tempi, ma spesso riescono a precorrerli, per questo la storia della salvezza ha caratteristiche uniche e originalissime, perché portano l’impronta dello Spirito Santo che soffia costantemente sulla Chiesa.