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Mentre nei collegi d'Italia e dell'estero con rinnovato fervore i figli di S Giuseppe Calasanzio rendono solenni onoranze al loro umile e grande confratello Pompilio Pirrotti, a rendere più facile ai fedeli la conoscenza della mirabile vita di educatore e apostolo del novello Santo, l'Associazione degli ex-alunni delle Scuole Pie Toscane ha creduto opportuno dare alle stampe la conferenza del Comm. Avv. Renzo Carena, detta con enfasi e ascoltala con religiosa attenzione in Firenze e in Empoli. Le belle, sentite lodi rese al Santo Scolopio da un noto e stimato professionista, in questo periodo di rinnovalo fervore spirituale, saranno lette e meditate, dai fedeli, che onorando un eroe della cristiana carità, dovranno trarre dalla sua vita mirabile esempio ed incitamento a virtù.
Giorno bello sarà il prossimo diciannove di marzo quando il romano Pontefice proclamerà dall'alto della sua cattedra infallibile all'attonito mondo che l'umile Scolopio Pompilio Pirrotti è asceso per le sue eroiche virtù nella luce e nel cielo dei Santi!
Ma bello è anche questo giorno d'anticipazione di gioia perché il fiore della gente fiorentina si riunisce intorno alla famiglia dei suoi amati Padri delle Scuole Pie per dire solennemente con una parola di passione la sua gratitudine e il suo interno tripudio!
Greve compito il mio, da far tremare le vene: forse il più arduo e, certo, il più onorevole che possa commettersi a un uomo di lettere e di fede: essere il laudatore di un santo a nome di Firenze.
Ma io m'illuderò che non son io? Mi incoronerò di un'aureola di autorità che non mi si attribuisce? Mi paluderò d'un manto di scienza che non mi si appartiene? No. Solo perché profondamente acceso della mia innegabile fiamma di credente e solo perché animato dall'orgoglio di sentirmi fiorentino combatterlo in me stesso i miei spiriti avversi, e se riuscirò a dire cose non indegne dell'argomento, mi avrà inspirato l'infinita misericordia del Signore e la benevolenza dei miei concittadini. Terra ferace di Santi è l'Italia com’è scrigno di tutte le più meravigliose bellezze di natura e di tutte le più fantasiose espressioni del genio. E quasi Dio si compiaccia che le creature più elette fioriscano nel tempo in cui possan risplendere di più, così i nostri Santi apparicono nei momenti e nei paesi della nostra vita quando il loro esempio e la loro parola sono il motivo perché la speranza si riaccenda, la fede non muoia e torni a sorridere la virtù dove pareva che dovesse soltanto trionfare la tentazione occhiuta del peccato o l'incubo insonne del male. Così da Assisi, ossia da oriente se proprio si vuole dir bene, Francesco come un improvviso sole squarciò le tenebre del medioevo nunziando ai popoli l'avvento del1 umanesimo e del rinascimento; Caterina di Siena con l'energia della sua purità ottenne che si riconducesse il seggio pontificale a Roma, donde mai avrebbe dovuto staccarsi e dove eternamente, per prestigio della tiara e dell'Italia, rimarrà. E quando più semina il vizio i suoi germi nefasti ecco sorgere il Calasanzio a raccogliere piamente ed educare la gioventù; e, più vicino a noi ecco Don Bosco, dopo le rivoluzioni e le carbonarie e le ribalderie delle loggie, rinfrancare le anime con l'insegnare la .nuova via della luce; e Cottolengo ospitare i reietti della fortuna e della forma, altrimenti abbandonati; e Contardo Ferrini dalla cattedra universitaria edificare generazioni di studiosi ammonendo che fede e scienza possono andare felicemente d'accordo; e Pio Decimo, candido papa, dal suo trono di porpora e d'oro, auspicare fra guizzi sanguigni di guerra i santi stendardi della pace di Cristo!
Così, dal 1710 al 1766 Un modesto frate scolopio, Pompilio Maria Pirrotti, provvidenzialmente confortò del suo fervore di apostolo e di taumaturgo le plaghe pugliesi e napoletane. Fu quasi un compenso a tante afflizioni che angustiavano quei luoghi e quell'età: e in mezzo all'indifferenza resuscitò la fiducia in Dio, fra eresie serpeggianti e proselitismi di sètte parve lingua di fuoco che arroventasse le anime per riplasmarle atte a risentirsi degne, trasse fanciulli al culto vero sviandoli dal servaggio della menzogna e nelle carestìe e nei lutti passò miracoloso satollando e carezzando, arcangelo serafico della pietà.
Creatura d'eccezione, fu nulla di meno una creatura umana come le altre ed ebbe un nome ed un cognome italiani. Era della famiglia Pirrotti di Montecalvo di Benevento e poiché tutto oggi ci interessa di lui, crederei d’intravvedere nella larga risonanza delle gesta del re Pirro, pure attraverso le dominazioni romana, longobardica e papale, una vaga origine del nome patronimico dei Pirrotti. Ma sui cognomi c'è poco da discutere. Piuttosto, alle nostre orecchie toscane il nome di Pompilio è nuovo e raro; e perché il Pirrotti lo cangiasse per quello eroico di Domenico con cui nacque non ci è dato conoscere. Certo è che doveva anch'egli seguire la consuetudine di cangiare il nome cangiandosi egli stesso da secolare in religioso; e prescelse forse quello che assunse perché non ci fosse un altro S. Domenico, dovendoci essere un altro santo, come ci sarà in effetto e liturgicamente fra giorni. Ne è perscrutabile come sian dovuti passare quasi cento settanta anni prima di vedere il Pirrotti innalzato al supremo onore degli altari. Alcuni benefattori cristiani dell'uman genere son dichiarati santi più presto: altri più tardi. Senza osar penetrare irriverentemente questi mistici arcani, pel solo arbitrio di voler comunque spiegare da profani il perché d'una fretta o d'un ritardo, arguiremmo che la ragione deve riscontrarsi evidentemente nel fatto che anche una canonizzazione dipende da un processo e un processo, è noto, non si sa mai ne quando comincia ne quando finisce, perché ognuno ha la sua stella.
Ma già i contemporanei avevano anticipata la sentenza; che fin da quando nel paesello natìo i terrazzani si fecero a comprendere ed osservare il piccolo Pirrotti tutto dèdito, centra al costume degli altri ragazzi, nelle cose di religione lo salutarono santo, anzi ripetevan convinti e si passavan la parola ch’egli era nato santo nel grembo stesso della madre.
Molti Santi sono ammirevoli anche perché, trascinati negli anni di giovinezza a disordini e a sregolatezze, a un certo punto o per visioni o per richiami misteriosi o per consapevolezza precoce volontariamente se ne ritraggono e intraprendono la via ascetica del pentimento e della salvazione. Pirrotti no: non conobbe mai i piaceri terrieri del mondo, che pur sembrano a noi gustosi e indispensabili; tutta la sua vita fu un'ascesa continua su un terreno consueto ed eguale, fu un'incessante dedizione di tutte le sue energie fisiche e morali intese a un solo fine: elevare, con la sua, altre anime a Dio, trasfondere possibilmente nei più la sua fervida fede, dando l'esempio, predicando, consigliando, combattendo, dimostrando e volendo dimostrare che vi deve entrare la volontà singola per il raggiungimento della, perfezione e che non basta, per essere salvati e quindi felici, la cieca e inattiva speranza dell'intervento della divinità. Era l'epoca del giansenismo che insinuava con qualche fortuna i suoi malefici postulati con cui tentava convincere del contrario, negando così all'uomo il suo potere massimo, il suo criterio discretivo sovrano il libero arbitrio; e considerandolo non più dunque come una creatura capace di eleggere, più alta degli altri animali perché intellettiva, fatta anzi a simiglianza medesima del Creatore; non più dunque come una cosa viva e palpitante ma quasi una volgare e meccanica marionetta. Era, quella, in economia, l'epoca dei fisiocratici, dei quietisti finanziari che vedevano l'oro solo dove luccicava, che parlavano e trattavano solo per contanti e intanto trasportavano al più gretto materialismo ogni altra idea filosofica, sacrificatori e barattieri di ogni ideale raggiante dello spirito; era, per la cultura, l'epoca degli illuministi, i banditori apparenti d'una conoscenza più universale d'ogni scibile ma, in verità, gli invidiosi di ciò che sembrava il privilegio di qualche casta, più solleciti a pretendere depauperato il clero dei suoi prestigi sul popolo, piuttosto che desiderare in buona fede il popolo men diffusamente ignorante e quindi più ribelle al clero, non accorgendosi che è pur necessario il villico che non sappia tanto di astronomia ma tenti col suo travaglio il seno fecondo della terra, e che se tutti ci decidessimo a diventare enciclopedisti finiremmo coll'urtare le leggi armoniche della natura nutrendoci di, radici quadrate e dissetandoci... alle fonti del sapere!
Nel secolo che già di per se era tutto ciancia e frivolezza, minuetto e cicisbei, e in cui tutto il tronfio e il pomposo del seicento s'era stemperato in un'effemininata decadenza di costumi e di sentimenti, e fin l'arte credeva di illeggiadrirsi intonacando gli affreschi famosi e incipriandosi baroccamente di stucchi; dovette certo il Pirrotti avvertire nella sua sensibilità il gorgo del fatuo nel quale minacciavano di perdersi anche le più ingenue genti della sua terra meridionale, e la sua fiamma cristiana di cui si cinse e in cui divampò, fu come un estremo segno di ribellione all'età e di aspirazione verso un ritorno e verso un avvenire.
Cristo in lui si compiacque certo ma anch'egli forzò la sua natura fragile tanto che parve approssimarsi a Cristo. Sminuiremmo la sua. natura umana se umanamente si immaginasse la sua battaglia quotidiana per vincere la, bestia cha è in noi e per perfezionarsi sul modello del Redentore.
I Santi sono d'altronde difficili a studiarsi se li vogliamo sullo specchio nostro adattare o, peggio, se li vogliamo soltanto guardare sotto il profilo, della loro eccezionalità, che altrimenti o pazzi o goffi ce li dovremmo rappresentare. Il Pirrotti, ad esempio, andava cinto di panni stinti e logori, si cibava di pochi acini e di poche fettoline di pane abbrustolito, si macerava la carne con cilizii tremendi come quel cuore di legno con grosse quindici punte di ferro che teneva in seno, e al sole cocente del suo paese, andava scoperto della testa e nell'inverno crudo, anche là fa freddo, camminava scalzo. Se non si penetra nell'intimo di quest'uomo e non si cerca di comprendere l'immensa ragione di una mortificazione come questa, bisogna sorridere scetticamente e ritrarsi a pensar altre cose. Ma non cogli scettici ci intrupperemo noi die siamo spiritualisti e gli scettici d'altronde non sono che dei beffardi critici degli spiritualisti sol perché non hanno avuto la grazia e la volontà di diventare spiritualisti anche loro! E cercheremo quindi di valutare, senza divagarci con stolide e inutili disquisizioni su particolari, tutta l'interezza della figura del Santo.
Che cosa è un santo? Un'anima che agogna l'idealizzazione dell'essere, un corpo che quasi si scarna, con sublime ebbrezza, della materia caduca perché più vivido e libero scintilli lo spirito; è il desìo stesso di avvicinare la persona creata al suo artefice primo, trascurando la scorie comune perché il soffio di vita arda quasi visibile come una fiaccola; e l'ambizione di divinizzarsi senza negare, che sarebbe assurdo, l'origine terrena. Con ciò il Santo onora l'umanità ed è giusto che ne sia onorato perché offre in olocausto il sacrificio della sua vita di rinuncie affinché l'uomo via via si ricordi, che troppo spesso se ne oblia, la nobiltà della sua specie e la priorità della sua intelligenza.
E poiché la vita del mondo, che pur mira per tanti segni a gradatamente conquistare le vette del meglio, è per noi lenta e contata a secoli, a millenni, ad ère, che sono attimi di fronte all'eterno; e le vicende trite dei popoli e delle persone si seguono ai modificano e si riproducono, così è che provvidi sorgono di tempo in tempo i Santi, quali pastori che sul gregge, avviato per lungo sentiero, sopravvengano vigili a richiamare le pecorelle indecise.
I santi sono quindi i grandi ammonitori della storia e i più serafici consolatori delle genti, sempre che in genti cristiane sopravviva, l'alito' della fede; e poiché i santi sono, prima d'ogni cosa, banditori della fede, le genti devono a loro una riconoscenza senza restrizioni, che bandir la fede e persuadere
alla fede è offrire un dono d'incalcolabile pregio; l'accettarlo non dovrebbe costare fatica ed è supremamente risibile che taluno finga di non accorgersi che il dono è tanto più magnifico in quanto che è offerto non con parzialità ma generosamente, non al singolo ma alla generalità. Aver fede dunque, accettare cioè il dono grazioso, cioè credere in Cristo vuoi dire intendere con altra anima, possedere senz’ altro intelligenza, soffrire e godere con altro cuore, compatire e perdonare con intelletto d'amore; vuoi dire vivere con una miranda visione di diritti e di doveri, vuoi dire morire con la speranza di non morire veramente mai più.
Il Pirrotti fu un apostolo nell'istillar questo sentimento nuovo della fede, nel desiderare cioè che altri stessero in pace com'egli ai sentiva, e non che chiedesse che gli altri lo imitassero nel suo regime di comportamento e di vita perché, al solito, si creerebbe un malinteso sociale dove non vuoi esserci
che chiarezza di guida e ammaestramento severo. Se tutti volessero scimmiottare, a mo’
d'esempio, l'eremita che si ritira sul monte, prima, di tutto il monte non sarebbe più un eremitaggio (i sette santi fondatori di Montesenario non vollero gregarii e compagnie) e i popoli non avrebbero più alcuna ragione di sopravvivere; senza non avvertire che Dio vuole la vita, non che le si attenti, e specie collettivamente, perché anche la vita mondana è bella coi suoi incanti e i suoi allettamenti, le sue battaglie e le sue passioni, per i sacrifici che impone e le vittorie che assicura, per l'amore che suscita alle cose belle e per i santi dolori che riserba. Il trasmodare, lo sconfinare, l'abusare, ed anche ciò è purtroppo assai normale, porta ad aver bisogno, porta quasi a chiedere un argine,
una difesa, un nuovo esempio, una novella guida ed ecco provvidi i Santi che non si sa più se sorgano quasi spontanei da queste voci unanimi che gridano aiuto nella tempesta, o se Dio adombri taluno di una sua grazia speciale per la comune salvazione.
Tale apparve il Pirrotti, ma fin da quando era giovanissimo, i parenti e i vicini e gli amici e poi i popolani tutti di Montecalvo, s'accorsero della sua disposizione alla Santità che si chiarì s'appalesò sfolgorò sempre più negli anni che corsero poi fino a quell'ultimo conclusosi in Campi Salentina di Lecce. Precocemente venerò una dolce immagine di Maria. In una stanza della sua casa fra una barricata di mobili smessi e smozzicati aveva un giorno trovato un quadretto con su dipinta la Madonna, una Madonna detta dell'Abbondanza. Lo ripulì, lo accarezzò, lo innalzò nella Cappellina di famiglia su un altarino e di lì si può dire che cominciò a rivelarsi la sua vocazione.
Dopo subito la sua morte, un'altra imagine della Madonna, la Madonna di Montevergie ch'era piuttosto in alto in una nicchia esterna della sua casa di Montecalvo, un giorno, improvvisamente, ostentò ai passanti un distico di preghiera in italiano con le parole scolpite nella pietra, come c'è anche oggi: nessuno aveva commesso quel lavoro, nessuno aveva dettato quelle parole e tutti concordarono nell'affermare che fosse un altro miracolo di Lui. Così, tra due immagini soavi di Maria, s'apri, fiorì e si chiuse la vita mortale di Pompino Pirrotti.
Dai cinque ai sedici anni la sua giornata non fu che un esempio strano di edificazione, strano perché contro all'usato, strano perché se ne stupivano gli stessi genitori e gli stessi piccoli amici che divennero poi via via sempre di più. Partiva coi poveri, che andava in piazzetta a cercare da sé, il suo pane e gli altri cibi; un giorno quasi si denudò per offrire i suoi panni a un poverino che tremava dal freddo. Aveva sì dolce garbo, brillavano i suoi occhi di così chiara luce che riuscì a persuadere i compagni che il miglior modo di divertirsi era quello di pregare nella sua Cappellina e intonava lui per primo i cantici e faceva da piccolo Sacerdote, lieto soltanto quando gli pareva che sii altri capissero ch'egli faceva realmente sul serio. A sedici anni un padre Scolopio venne a predicare a Montecalvo : il Pirrotti vide così luminosissima la traccia segnata della sua strada. Come il Calasanzio aveva avuta a Roma l'angelica visione dell'educazione dei giovani, il piccolo Pirrotti intravide nell'ordine delle Scuole Pie il suo fatale curriculum vitae: perfezionarsi, perfezionando gli altri a cominciare dalla gioventù. E fu un proposito fermo: lasciò, senza contrasti gravi, i suoi, la casa, il paese, e corse, corse dove il suo sogno l'attirava, perché un giorno le sue gesta di carità avrebbero certo onorato di splendore immortale il suo paese e il nome dei suoi.
Son di quel tempo i suoi Proponimenti e la sua Protesta della Morte, due scritti semplici nella forma ma che attestano d'una maturità di spirito e di concetti quale si ricaverebbe soltanto dall'opera di un veglio illuminato. Novizio a Napoli, a meno di diciotto anni suggella in Chieti il sacrificio della sua giovinezza con la solenne professione dei voti e inizia l'erta della sua lucida mèta. Tutto quello che indi fa è bello, tutto quello che sprezza è vile, tutto quello che lo estasia è divino. Scrive preghiere che sono testi di. fede, insegna morale e lettere a uguali giovinetti e pare un saggio antico. Aborre il danaro corruttore e scansa mollezze e comodi; un solo vestito gli basta per tutto le stagioni, i poveri più repellenti sono i suoi amici migliori, si scopre la testa al sole che folgora e prega a piedi nudi sulla neve; la carne debole che trema e duole egli intraprende a vincere con privazioni, con tormenti, con fatiche; s'alza di notte alta per ritornare a prosternarsi dinnanzi al tabernacolo di Gesù che egli chiama con enfasi ed esuberanza meridionale Amante bello come chiamerà fino all'ultima ora la vergine Maria Mamma bella! A poco a poco la gente s'accosta a lui, non lo compatisce più ma Io ammira; la voce si spande, corre la fama: niente si può a lui rimproverare: non si cura di è ma del bene altrui, è un giglio candido per rettitudine di condotta e di linguaggio, fa fare, è vero, ai Padri Scolopi la più miserevole figura per la sua tonaca sbrendolata e i suoi calzari sconnessi ma traspare tanta fiamma di carità da quel suo imberbe volto, che qualche volta proprio s'imporpora come avvampato da un fuoco interiore; ma c'è tanta sicura persuasione in quel suo pregare nascosto la notte, c'è tanta mansuetudine e tanta bontà nelle sue obbedienze assolute, c'è tanto vero in quel suo predicare commosso, c'è tanto Cristo in questo povero e nuovo untorello che, a grado a grado negli anni, bisogna ben di ragione arrendersi a questo debole: egli è il più forte, egli è il migliore di tutti. Egli è il Santo. Bisogna toccargli la veste e tagliarne pure un pezzetto, da conservare per memoria e amuleto, e la veste rimarrà sempre intatta. I libertini più sfrontati chiedono la sua confessione, si convertono alla sua ingenua eloquenza masnadieri e banditi; quando per una calunnia di emuli Re Carlo con reale decreto lo scaccia da Napoli, i cavalli della carrozza di posta, s'impuntano sulla soglia dell'Oratorio e non vogliono partire. Egli è un profeta: chiama a raccolta in Lanciano col suono delle campane la gente insonnolita e in una predica improvvisata e notturna prevede un terremoto imminente e consacra a Mamma, bella gli animi degli accorsi perché la città tutta si salvi; e il terremoto scuote di lì a poco le case col suo brivido immane, ma Lanciano è salva. (Dove si osserva che fin da allora i padri Scolopi han sempre avuta anche una certa familiare dimestichezza coi terremoti!). Col nome di Servo di Dio è notorio che si usa appellare dalla Chiesa un privilegiato che sia in odore di santità. Pompilio Pirrotti è già, in vita, un Servo di Dio. Egli ha un, tutto suo modo, una grazia così soave a parlare che anche gli ostinati peccatori si genuflettono a lui; vengono a lui da paesi lontani per consiglio e per soccorso, e non è neanche un Santo lacrimoso Pompilio: gli splendono gli occhi in un sorriso continuo, escono dalle sue labbra esclamazioni gioiose. Si comprime talora il fianco e il cuore perché i cilizi sotto la tonaca pungono forte e ne sprizza il sangue talora, ma lo spasimo Ei lo tramuta in delizia, il patimento fisico Ei lo trasforma in ebbrezza spirituale. Ah ben possono le donne di Chieti perfìno ricorrere alle scalei pur di arrivare per le finestre a vedere l'umile padre delle Scuole Pie.
Egli, è santo, è santo, è santo!
E ben può Egli fare dunque miracoli perché il Signore gli parla, lo inspira, lo protegge, lo avvicina a sé; gli si appalesa in nuvole d'oro l'Amante bello; la Mamma bella dal suo altarino lontano di casa gli manda sempre benedizioni, lo incita sempre, lo approva, gli alimenta dolcezze e gaudii ultraterreni. Sono. due grazie che si incidono: la divinità che privilegia la creatura e la creatura che vuole spiritualiz-zarsi: non può che letiziarsene il mondo perché è da quell'incontro segreto e sidereo che sboccia il cristiano miracolo. Se tutto ciò che non è consueto e naturale e soprannaturale e divino, che illogicità esiste dunque nel fatto che Dio, che può l'innaturale, consenta che si trasveli la sua potenza pel tramite di una creatura più eletta? Così è che suona blasfema non credere al miracolo, perché vai come dire non credere a Dio. E le gazzarre degli atei che ringhiano .negando i miracoli non fanno che accrescere nei credenti la maggior sicurezza nel confessare il miracolo rivelato, cioè Dio stesso! Che valgono le negazioni sapienti dei fisiocratici, dei giansenisti, degli illuministi, dei materialisti in genere di fronte ai prodigi di Pompilio Pirrotti?
Neghino essi ma crede a Caravaggio la madre del bimbo affogato nel pozzo, che ricorre con alti gemiti al Santo; e l'acqua, al suo comparire, dal profondo buio del pozzo sale per portento fino alla breve spalletta e il bimbo è vivo e par che giochi, e ride alla sua mamma che se lo ripiglia e lo copre con furia materia di baci e se ne fugge pazza d'amore! Crede la turba dei coloni quando dopo lunga siccità, per le invocazioni del Santo, vede oscurarsi il cielo di calura e gonfiarsi le nuvole e sciogliersi in benefica acqua fecondatrice ! Crede la donna napoletana quando il marito le è sopra con un coltello e sta per ucciderla ed essa chiama con un grido il Servo di Dio Pompilio e il Servo di Dio che sta predicando lontano s'interrompe un istante e par che oda il grido e per misterioso trapasso spirituale la ai che il coltello cada fulmineamente di mano al forsennato!
Di ogni virtù il Servo di Dio era provvisto, d'ogni grazia era adorno, di spirito poetico era dotato, d'ogni necessità umana era soccorritore. Non gli mancarono, quasi a prova suprema, ne malattie, ne persecuzioni: fu accolto e scacciato, celebrato e vilipeso ma egli sapea mormorare un suo pati pati, non mori, o poteva esclamarle, come fu inteso più volte nel dolore Paradiso Paradiso!
E a veder tanta pazienza, a veder tanta serena fiducia nel suo compito sublime, parea che anche i mali fisici s'annoiassero' di starsene con lui, parca che anche i suoi persecutori si stancassero di rifarsela con lui piuttosto che con se stessi e si ricredevano; si ricrederono tutti. Anche re Carlo lo rivolle a Napoli da Ancona dov'era, dopo tanto girovagare, scusandosi col dire che sei Pompilio fosse stato meno Santo, egli non avrebbe sottoscritto mai quel decreto di espulsione. E Pompilio ch'era stato mandato via come un dannato tornò a Napoli, trionfatore. Ma neanche i Superiori e i fratelli di Religione si liberarono dal muovergli ingiustamente degli appunti: fu deplorato per una proposizione mentre era perfettamente ortodossa; via via dovette cambiare di collegio e toccare Turi, Ferentino, Brindisi, Posillipo, Manfredonia, Correggia, Lanciano, Ancona, Chieti e Napoli; fu: accusato d'essere troppo facile in assolvere e impedito di confessare, lui che aveva richiamato alla Chiesa e a Dio tante anime; ma poi, sempre per verità, tutti si confusero innanzi a lui di compunzione e ritirano rimproveri e appunti perché Pompilio era sì il giusto, l'inattacabile, il Santo.
Non si poteva resistere a Lui che taceva fracasso col demonio, che rompeva, le corna al demonio: egli era lo spirito del Bene in lotta sempre vittoriosa con la tentazione e col male. Dove passava spuntavano i fiori del pentimento, sgorgavano le lacrime della commozione. Era la Provvidenza che s'approssimava quando Egli si approssimava: lo seppe il falegname Gioacchino che da un piccolo tarallo di pane toccato dal Santo n'ebbe piena per tre giorni la madia e la mensa: lo seppe la turba dei famelici sulla piazza di Campi Salentina che vide ricolme le vedove bisaccie per una fettolina di pane abbrustolito che il Santo benedisse: lo seppe il servo bestemmiatore che ruppe il candeliere del severissimo principe Pignatelli quando Pompilio lo chiamò, lo rimproverò delle sue parole contro Dio, e lo invitò a raccattare il candeliere che subito si ricompose come da nuovo!
Ne valeva tacergli, la verità.. Egli scrutava e leggeva nei cuori e la scopriva. Spesso gli accadde di ammonire dal confessionale un penitente perché gli aveva omesso un peccato e il peccato era stato realmente consumato, e taciuto per vergogna. A un ladro rimproverò che avesse in tasca una coroncina rubata: era vero. A un mercadante di Gallipoli contestò che avesse mischiato olio con acqua: era vero. E anche oggi e anche da noi Pompilio Santo avrebbe da confondere parecchi ladri di tutte le stature e parecchi mercadanti!
Quando infine a Dio piacque di richiamare a se il suo fedele, grande angoscia fu per tutta la terra meridionale. Pompilio s'era tatto cereo e debolissimo. Da molti anni la gente anzi si domandava come potesse vivere, reggersi in piedi un, uomo che non si nutriva che di poche erbe non condite e di un po' di quelle sue predilette fettine di pane, che non si curava mai, che si prodigava sempre in tutti i più vari esercizi del culto e nella visita quotidiana ai poveri e agli ammalati; che si esponeva impunemente ai rigori delle stagioni, che parlava tutto il giorno per educare i giovani, per predicare, per incitare alla preghiera, per offrire incessantemente il dono magico della fede, e poi per troppi brevi momenti dormiva su una semplice stuoia distesa sulla nuda terra.
Un giorno, 'era il 15 luglio del 1765, le misere superstiti forze del Santo cederono: il padre Santo fu portato a braccia su nella sua stanza: volle posare su una cassa di legno, qualunque dolce violenza fui inutile; si cinse il collo della stola sacerdotale e cosi, a piedi nudi, com'era quasi sempre vissuto, esalò al tramonto del sole il suo respiro mortale.
Non dicono le testimonianze del tempo e dell'ora, che pure attentano tanto di Lui, che si corrugasse il Ciclo al suo transito o fiorissero fiori da sterpi o s'affacciasse sulla finestrella una capinera o una colomba. Ma dopo il suo ricongiungimento con Dio seguitarono sì per opera sua i prodigi e i miracoli, l'asfittico si rianimò, la bimba rachiticosa riprese a camminare, si calmò l'incendio del bosco, sparì a una giovinetta la febbre putrida, il vino amaro della povera vedova si cangiò in vino. soave. Accogli tu dunque, o Signore, nella ghirlanda mirabile dei tuoi Santi il Beato Pompilio che quando dicea messa e offriva il sacrificio parca s'elevasse proprio dalla persona per avvicinarsi anche materialmente a Te! Accogli nella tua gloria, ch'è la gloria celebrata dalla Chiesa apostolica, il Taumaturgo beneventano, e soffri che faccia a noi, miseri peccatori, sentire tuttavia il profumo
di quella grazia di cui lo adornasti. Noi siamo frattanto fieri che vi sia oggi un Santo di più e che questo Santo sia italiano e sia un padre delle Scuole Pie.
S. Pompilio Maria Pirrotti

Avv. RENZO CARENA - Conferenza tenuta a Firenze il 18 febbraio 1934