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Avete inteso che fu detto dagli antichi...
ma io vi dico...
di Padre Serafino Perlangeli dSP
L’evangelista S. Matteo ci introduce all’interno del discorso della montagna, dove Gesù, nell’enunciare le sue antitesi, è presentato come il nuovo legislatore, che senza abolire l’antico, lo porta a compimento. Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. Infatti, finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Egli richiede una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei per essere degni del regno dei cieli. Perciò: Avete inteso che fu detto dagli antichi … ma io vi dico..
Siamo avviati ad una lettura non superficiale, letterale, legalista, riduttiva della Parola di Dio, ma a
saperne leggere il profondo e autentico spirito profetico, a scoprirne le modalità profonde,
intrinseche, caratterizzate dalla carità, ad approfondire le esigenze della norma.
Gesù ci invita a scoprire l’accecante e meravigliosa bellezza dell’amore, la finezza, la sensibilità, la delicatezza dei rapporti umani.
Il comandamento, ad esempio, “Non uccidere” non si riduce semplicemente ad evitare un gesto estremo quello di ammazzare una persona, e che si assume, da parte di chi non compie tale crimine, come merito e vanto giustificativo nelle confessioni: “non ho ammazzato nessuno”, ma coinvolge nella sua radicalità un atteggiamento interiore complessivo totalmente consacrato all’amore del prossimo nel rispetto e nell’aiuto reciproco. Non basta quindi non uccidere, ma anche non adirarsi con il proprio fratello, non dirgli “Stupido”, non dirgli “Pazzo”. Si uccide altresì con le parole, con l’indifferenza, con la noncuranza, con il disprezzo, con ogni insensibilità e indelicatezza nei confronti del prossimo, con ogni atto e comportamenti che turbino i reciproci rapporti del gioioso vivere comune. È il compimento dell’amore che Gesù è venuto a svelare con quel “ma io vi dico”. È la pienezza dell’amore da cui dipende tutta la Legge e i Profeti. Eloquente è l’esempio del buon Samaritano.
Uno è infatti il comandamento ci ricorda lo stesso Antico Testamento, ma abbraccia ogni atto, ogni istante, ogni espressione della vita: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e amerai il prossimo  come te stesso.
Non basta osservare tutti i comandamenti fin dall’infanzia come fa il bravo giovane del Vangelo, se manca l’amore, la disponibilità verso gli altri. Egli infatti rinuncia alla proposta di essere perfetto.
La fede senza le opere è morta, dice S. Giacomo. La fede è il principio afferma, S. Ignazio di Antiochia, l’amore è il fine. L’unione di tutte due è Dio stesso.
È l’amore che apre gli occhi, asserisce Papa Francesco. L’amore ci realizza come persone, come persone libere. La libertà non finisce, come generalmente si afferma, bensì inizia là dove comincia quella degli altri, se fondata sull’aiuto e l’amore verso i nostri simili. Ama e fa’ ciò che vuoi, dice.
S. Agostino. Non amare è uccidere, togliere la vita; non amare è un lento morire.
S. Pompilio attratto dal comandamento dell’amore si dedica con tutto se stesso a metterlo in pratica e a farlo vivere dagli altri, coinvolgendoli in tale tensione.
Egli rivela in ciò un gran cuore colmo di nobili sentimenti di carità, di amore, di compassione, di comprensione, di delicatezze, pronto a scusare, alieno dal pensare male, dal giudicare, dall’addebitare qualsivoglia colpa ad alcuno, dal contraccambiare il male con il male, sempre disponibile invece a ripagare il male con il bene.
In questo consiste l’amore di Dio, per cui egli insiste  sempre: Amiamo Dio e non ci spostiamo dal gusto di Dio in ogni cosa (48^). Ancora, Animo, animo ad amare Dio e ad amarlo a dovere, e cerchiamo sempre, Figlio, il solo amor di Dio, e  non ci curiamo di altro in questo misero mondo; … il tutto è vanità, fuorché l’amar Dio e il ben faticare per Dio (132^).
Parlando di se stesso, S. Pompilio esplicita l’amore di Dio nell’amare e compatire gli altri: Io amo tutti e stimo tutti...amiamo Dio, ah! Amiamo Dio, e tutto  andrà bene (151^). Ed io compatisco tutti, tutti (126^).
S. Pompilio dimostra grande comprensione verso tutti, affermando: Ci è della gran rozzezza; ci è poco timor di Dio…Io li compatisco…non tutti sono santi, i cattivi sono mescolati ai buoni e i buoni sono mescolati ai cattivi e si devono compatire. Io li compatisco  (137^).
E con sospirato e accorato accento esclama: si cominciasse a vedere in noi un poco del Pio e non dell’Aspro, del Pio e non del subdolo , del Pio e non dell’Arrogante, del Pio e non delle tante rozzezze, precise in quelle cose, Pietro mio, che competono alla gran servitù del Sommo nostro Dio, il quale vuol essere servito con allegrezza, con gusto, con disinvoltura, con garbo… (126^).
Occorre perciò pregare: Preghiere, preghiere e non lasciamo di pregare e nello stesso tempo di compatire; sono compatibili, e perciò degni di essere raccomandati a Dio (129^) ; (S. Beda). Compatiamo, Pietro mio, mentre le passioni nostre facilmente ci accoppano …e bisogna avere compassione. O Pietro, compassione, compassione (477^; 478^; 479^). Soprattutto occorre amorosa carità e prudenza (129^).
Scrivendo ai suoi penitenti li esorta alla carità che è il vincolo della perfezione: Siete fratelli: regolatevi, compatitevi, capitevi, aiutatevi… e citando S. Paolo dice la carità non pensa male, non gode del male, gioisce invece della verità; tutto soffre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta
[1Cor 13,5-7]
. E chi del mondo, per santo, per buono che sia può dar giudizio delle coscienze altrui [cf Rm 14,10], delle quali solo Dio è scrutatore? Che secondo il Salmo 7,10 scruta i cuori e i reni. Abbiamo da stimare tutti santi, ancorché li vedessimo demoni. È una gran massima questa, ma non capita nel mondo di oggi. Chi è demonio oggi, può essere santo domani; e chi è santo oggi, può essere demonio oggi stesso…Chi è sapiente e intende queste cose? dicesi dallo  Spirito Santo [cf Os 14,10] (30^).  O quanto bisogna poi, sul serio parlando, continua S. Pompilio, compatir tutti, perché, citando S. Agostino, commento al salmo 54, ripreso da S. Beda il Venerabile, o  l’empio vive  affinché si corregga, e/o  per lui il buono si eserciti nella bontà (57^); (cf  S. Agostino, dal Trattato sui Salmi, Sal 54,1; S. Beda, il Venerabile, Commento sui Salmi, vol. 8° delle Opere, p. 577).
Proprio riguardo alla bontà, S. Pompilio ci dà una bella lezione di comportamento: Io vado inzuccherando alla migliore maniera (197^). Vado bel bello, non si può agire con minimo sgarbo (40). Col bel garbo, colla pazienza, con della prudente carità si vanno guadagnando gli animi (41^). Bisogna usare grande prudenza…l’abito vuole  che siamo cortesi, avvenenti, cerimoniosi e tutti di tutti (43^).
Via su, compatite, tollerate, si perda tutto, e non si perda Dio. Ecco il gran sentimento, già poco, anzi per niente capito dagli interessati del  mondo. Pazienza (31^).
Carità e mansuetudine. Colla carità il demonio resta bruciato ed arrostito un po’ più e con la mansuetudine le corna di Lucifero superbo restano spezzate e domate (99^).
Seguendo gli insegnamenti e l’esempio di S. Pompilio, siamo certi di accogliere e mettere in pratica i precetti del Signore, nello spirito e nelle modalità da Lui indicate nel Vangelo, ed essere considerati grandi nel regno dei cieli (cf Mt 5,19b).