Ritorna      Home page    Incontri Pompiliani
Giornata Pompiliana nell'80°della Canonizzazione
di Padre Serafino Perlangeli aSP

Vieni Servo buono e fedele entra nel gaudio del tuo Signore.
È il glorioso riconoscimento e coronamento di tutta una vita, spesa alacremente e con sollecitudine, con umiltà, pazienza, prudenza e abnegazione a gloria di Dio e per la edificazione del popolo, in particolare dei giovani e dei fanciulli. Egli infatti non si risparmiava, come gigante che percorre la via, nella predicazione (predicava tre, quattro volte al giorno), nel confessare per diverse per ore, e nella scuola che considerava come un tempio (insegnava ginocchioni), rispettoso e in adorazione verso il Maestro interiore. E citando l’umanista Giovanni da Ravenna (1343-1408), diceva: Secondo la mia intima convinzione, se il Paradiso è sulla terra o è nel chiostro, o nella scuola, al di fuori di questi  due luoghi vi è ansietà, inquietudine, amarezza, timore, dolore. Senza l’istruzione l’uomo sarà un mormoratore, un invidioso, preda di tutti i vizi, poiché secondo S. Paolo Cristo è la scienza, chi ignora la scienza, ignora Cristo e quindi ignora il bene, l’amore, la carità. La carità poi era un punto d’onore di S. Pompilio. Non si faceva attendere. Sovveniva alle necessità della gente con lo spezzare il pane in tempo di carestia. E la carità comprendeva la visita e la cura dei malati, l’intervento taumaturgico altresì nei casi disperati, e il suo relazionarsi con gli altri con squisita prudenza, con attenta delicatezza, con il suo barzellettamento, con l’andare bel bello, col bel garbo, quasi in punta di piedi: il discolo va ricondotto bel bello sulla retta via. Tutto ciò lo rendeva radioso, il suo volto era come trasfigurato, raggiante, tanto da far dire a dei testimoni: è un angelo trasmutato nel P. Pompilio, oppure il P. Pompilio trasmutato in Angelo.
Il suo instancabile e benefico apostolato risplendeva ed era reso fulgido, fulgente dal crogiuolo della sofferenza, dalle continue persecuzioni, dalle invidie, dalle gelosie, dalle lotte ad personam. Ed egli, adorando le divine condotte, pur soffrendo molto, perché lo spirito è pronto, ma la carne è debole,  rimaneva disinvolto, imperturbabile, dicendo: belli bellissimi scherzi , ma cari e molto cari dello Sposo nostro Gesù…non dico, sentirne già dispiacere veruno, no, no, anzi me ne rallegro, e del molto e molto me ne consolo, e vorrei essere adattato a maggiori e penosi patimenti. Di più, Signore, di più, ripeteva. Era ben convinto che la sofferenza cristiana appresta l’eterna gloria. Poiché, i travagli, l’infermità, i rancori, e i batticuori più fieri contribuiscono alla nostra salute, affermava: tale è la nostra condizione, che così patendo, noi conseguiamo la vita eterna. Lungi, quindi, ogni affanno, incalzava. Serviamo Dio allegramente. La tempesta e la bonaccia ci siano indifferenti, ammoniva. Ai mansueti e pazienti rimane la terra e il cielo. Per conseguenza, con fortezza d’animo e serenità spronava: Poniamo il nostro capo in mezzo alle spine delle difficoltà; lasciamo trafiggere il nostro cuore colla lancia delle contraddizioni; insomma mastichiamo l’assenzio, beviamo il  fiele, inghiottiamo l’aceto delle amarezze temporaliParadiso! Paradiso! Perché sei triste anima mia? Ormai è vicino il tempo della nostra salute, affermava, e la chiara luce di Dio ci illuminerà nell’oscura notte di questo mondo, e dopo la tempesta ci si rasserenerà il cielo e sarà data a noi, siccome agli altri che patiscono per amore di Cristo nella vita presente, la pazienza, mediante la quale riceveremo l’eterna mercé. Allegramente!  Questa vita è breve. Paradiso! Là godremo; qui solo si patisce. Perseveranza!  Vi abbraccio in Dio e in Dio vediamoci, esclamava, lui che viveva già in Dio: la sua vita era ormai nascosta con Cristo  in Dio. Con
S. Paolo poteva ben dire: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. La mia vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che ci ha amato e ha dato se stesso per noi.
Il Paradiso è stata la sua meta sempre agognata e, per grazia di Dio, raggiunta. Pio XI, tra il giubilo, la gioia, l’esultanza dei fedeli e dei Padri Scolopi, lo ha innalzato, il 19 marzo 1934, alla gloria dei Santi, “…la cui mirabil vita / Meglio in gloria del Ciel si canterebbe”(Par XI,96).  Di là  ora intercede per noi. Invochiamo con serena fiducia e sincera devozione e venerazione la sua potente intercessione per tutti noi: per i fanciulli, per i giovani, per gli anziani, per gli ammalati, per tutti i bisognosi, sicuri che non ci lascerà delusi.  L’Amante bello, lo Sposo Gesù prestamente  lo esaudirà.


Mi piace concludere con il “TRIONFO”  di Angelo Santaniello:

                                                    Fanciulli, pieghiamo il ginocchio;
                                                      ci arride un maestro lassù!
                                                      Fanciulli, volgiamo con l’occhio
                                                      la mente al diletto, a Gesù!

                                                          Trionfa, nei campi sideri
                                                          di Dio, la gloria e l’amor,
                                                          trionfi nei nostri pensieri
                                                          di Dio la lode e l’onor!

                                                       Non parvi sentir per l’azzurro
                                                       sublimi concenti suonar?
                                                       E questo celeste sussurro
                                                       al cuore che viene a cantar?

                                                          È  tutto un evviva festoso,
                                                          è tutta una gloria lassù,
                                                          di Santo Pompilio, radioso
                                                          è il trionfo nei cieli e quaggiù!...

                                                       Fanciulli, il ginocchio pieghiamo
                                                       di Santo Pompilio all’altar,
                                                       e grazie al Signore innalziamo
                                                       e lodi facciamo echeggiar!

                                                         Pieghiamo il ginocchio e col cuore
                                                         del santo Pompilio nel dì
                                                         del trionfo, cantiamogli onore,
                                                         cantiamogli gloria così:

                                                       O Tu che l’amore e la fede,
                                                        l’umano e il divino saper
                                                        spandesti, deh guarda, al tuo piede
                                                        quest’anime ansiose di aver
                                                        la luce ch’aureola il tuo volto,
                                                        l’ardore che il tuo cuore infiammò;
                                                        deh, fa’ che nessuno rivolto
                                                        a te invano chiese e pregò.